nero su bianco, le interviste come una volta
"Un consiglio di scrittura? Leggete"
Il nuovo romanzo, le notti passate a scrivere, i sogni per il futuro: intervista a Cristiano Cavina.

Già prima che uscisse se ne parlava come di un romanzo diverso dai precedenti. Da tenere d’occhio. Da aspettare al varco. La prima volta di Cristiano Cavina su un argomento scivoloso come quello del lavoro, un tema che nella narrativa d’oggi è inspiegabilmente poco gettonato, demodè, neanche avessimo smesso di andare tutti a guadagnarci il pane ogni giorno (d’accordo: la crisi, il precariato, la disoccupazione – ma insomma), neanche la letteratura avesse smesso di raccontare chi vive là fuori.

E quindi ecco Cavina, che fa centro di nuovo con Scavare una buca, una storia ambientata come sempre dalle sue parti, ma questa volta in una cava di gesso sull’Appennino, nel ventre di una montagna che ti inghiotte gran parte della vita, che diventa tutta la tua vita se non ci lavori solo per lo stipendio. 

Con il tuo ultimo romanzo compi uno scarto rispetto ai precedente e ti allontani un po' dai tuoi "territori": come e perché hai scelto questo tema?
A dire il vero non so mai quanto sia io a scegliere un tema, o lui a scegliere me; nel caso di quest'ultima storia, è venuta fuori perchè probabilmente da qualche dentro di me si sono mescolate alcune cose più o meno slegate l'una dall'altra; una è che sono nato e vivo sotto la cava di gesso più grande d'Europa, un'altra è che mio figlio è un grande appassionato di escavatori, un'altra ancora è una frase che ho sentito anni fa al bar, da un vecchietto, che dopo la solita esplosione in cava di mezzogiorno, disse ridendo che a furia di scavare sarebbero arrivati all'inferno. Queste tre cose hanno lavorato tra loro a mia insaputa, e a un certo punto sono venute fuori sotto forma di un gigantesco addetto di cava, alto quasi due metri, padre e marito amorevole, che sa addomesticare macchinari grandi come case, che lavora nel cuore della terra ogni giorno, in un luogo minaccioso, ma che non sa parlare a un altro essere umano. E questo mi ha dato la possibilità di dire una cosa a cui tengo molto: che lavorare solo in parte significa portarsi a casa uno stipendio. 

Quanto ha contato il lavoro di documentazione preliminare? Come ti sei mosso per impostarlo?
Sono stato un po' in cava a vedere com'è; l'ho avuta sotto il naso per trent'anni, e non pensavo fosse un luogo così incredibile, strano, difficile e bellissimo. Ho parlato con chi ci lavora, ma è stata una cosa molto naturale, nel senso che amo il lavoro manuale, e cerco sempre di imparare, subisco il fascino di chi fa questi mestieri, starei ad ascoltarli per ore. Certe cose ho dovuto poi controllarle su internet e chiedendo ad amici che se ne intendono, soprattutto per quel che riguarda certi termini tecnici di motoristica, di potenza. È stato come scoprire Atlantide...

Che tipo di scrittore sei? Intendo: quando scrivi e dove, per quanto tempo prima di staccare ecc. E che metodo utilizzi? Scrivi tutto di getto e poi riscrivi o ti muovi per gradi?
Scrivo quando non posso più evitare di farlo, quando sento di avere qualcosa da dire, qualcosa a cui tengo. Scrivo in camera mia, davanti alla finestra; ho il permesso del sindaco di lanciare i mozziconi direttamente di sotto per non perdere tempo a spegnerli, poi ogni tanto vado a spazzarli. Fino a pochi anni fa scrivevo solo di mattina e di primo pomeriggio, ma adesso c'è Giovanni, il mio bimbo, quindi ho dovuto cambiare orari e abituarmi a scrivere di notte. Vado avanti finchè tengo botta, e scrivo tutto di getto; tengo a portata di mano un quaderno e una matita, per segnarmi le cose che mi vengono in mente e che magari riguardano pezzi del libro che vengono dopo, e che esistono al momento solo nella mia testa. Poi correggo le bozze con Claudia, mia editor-editrice, e vado avanti finchè non mi dice alt, così va bene.

I tuoi cinque consigli di scrittura per un aspirante autore?
Leggere, leggere tanto, leggere di tutto, scrivere per scrivere non per pubblicare e... l'ho detto leggere? Leggere, ecco.

Un libro da non perdere e uno da dimenticare.
Il Conte di Montecristo, o il Libro degli abbracci di Galeano. L'altro non lo so, l'ho dimenticato, forse il penultimo di Culicchia, non saprei. 

Cosa ti piacerebbe fare da grande? Ovvero: che progetti vedi nel tuo futuro?
Il babba (mio figlio mi chiama così). Però non so ancora dirti di quanti bambini di preciso. Un sacco, spero.

 

intervista di Davide Musso

 

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