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La stanza degli animali
Il racconto di Giulio Mozzi per :duepunti edizioni avvolge il lettore in un gioco enigmatico tra verità e finzione.

Cupo, melodioso e a tratti enigmatico, La stanza degli animali di Giulio Mozzi, quarto fortunato capitolo della collana ZOO ||| scritture animali della palermitana :duepunti edizioni, è un racconto ben congegnato, che avvolge il lettore nel gioco di una trama che incrocia passato e presente, ricordi e memoria, verità e finzione.
In un gioco di specchi e di ombre, di rimandi e di immagini, di metafore allusive e di realtà evanescenti, l'autore ci conduce al limite di un'esperienza psicologia dalle sottili e inquietanti interpretazioni.
Il centro che genera il racconto è una stanza. Questa stanza fa parte di una casa ma non ne è parte. Racchiusa da un giardino, la stanza conserva.
Conserva granchi, attinie, spugne tondeggianti, seppie, conchiglie bivalvi, frammenti di barriera corallina, filamenti di alghe, ascidie e piccoli pesci. Sono tutti protetti dalla formalina, che li sottrae al tempo e li custodisce come pietre preziose.
La stanza degli animali è una stanza della memoria e dei contrapposti ricordi della coppia di protagonisti del racconto, un padre e un figlio.
Per il padre sono i ricordi dei suoi viaggi e delle sue spedizioni di biologo, per il figlio/narratore sono i ricordi di un'infanzia che riemerge dietro le sfumature giallastre della formalina. La stanza conserva il passato del padre e crea quello del figlio. Per entrambi è un passato doloroso da cancellare o da rimuovere.
Perché la stanza degli animali è anche il cuore di un dramma familiare che si consuma nell'apparente banalità di un gesto di ordinaria follia.
Composta come un susseguirsi di stanze musicali, l'intera architettura del testo si dipana in un vorticoso cambio di registri e di stili, ma soprattutto di ritmi e di atmosfere.
Al centro di tutto c'è sempre la stanza, ma la sapienza stilistica di Mozzi ci permette di allontanarcene, di distanziarci da essa, per poi ributtarci dentro con la forza elastica di un ossessione che in certi punti diventa claustrofobica.
Basterebbe tutto questo a rendere peculiare e ben riuscito il quarto racconto di una collana che ha il pregio e il coraggio di mettere al centro delle sue narrazioni un tema tanto complesso quale quello del nostro rapporto con l'animalità.
Ma sul finale Mozzi ingarbuglia le carte e la stanza degli animali si dissolve per diventare qualcosa di altro, qualcosa che spinge il sottile diaframma fra verità e finzione a lacerarsi, qualcosa che impone al lettore di domandarsi dove sia il confine fra vero e finto, fra sogno e realtà.

Alessandro Bandiera
 

[Articolo rilasciato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

 

 

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