milleriviste
Il primo amore
Fondato da un gruppo di intellettuali (da Tiziano Scarpa ad Antonio Moresco), un "giornale di sconfinamento" per guardare il mondo con occhi diversi.

Una rivista fondata e portata avanti da amanti della letteratura, tra cui diversi scrittori, critici letterari editor. Parla Teo Lorini di «Il primo amore».

Chi ha fondato la rivista, e chi vi collabora abitualmente?
La rivista è stata fondata da un gruppo di persone legate solo dal vincolo libero dei loro interessi comuni. La prima di queste passioni (e come potrebbe essere altrimenti?) è la letteratura e infatti tra noi ci sono diversi scrittori. Ti posso citare Tiziano Scarpa, Antonio Moresco, Dario Voltolini, Sergio Nelli, Marco Rossari e Andrea Tarabbia, che ha appena pubblicato il suo romanzo d'esordio. Altri sono critici, come Carla Benedetti che insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Pisa. C'è un fotografo che a un certo punto della sua vita è diventato anche editore, Giovanni Giovannetti. Poi ci sono due editor, Benedetta Centovalli e Andrea Amerio. E ancora Sergio Baratto che è traduttore dal russo e dal polacco e operaio, Gabriella Fuschini che è la nostra cintura nera e poetessa e infine il sottoscritto che, oltre a scrivere di libri su un po' di riviste, insegna italiano nelle scuole superiori del Canton Ticino.

Quando è stata fondata la rivista e con che cadenza esce?
La rivista ha due formati o, se preferisci, manifestazioni che si integrano e si compenetrano senza però sovrapporsi. «Il primo amore» è nato infatti come sito internet nel 2006 e solo successivamente - il primo numero è dell'aprile 2007 - grazie al coraggio dell'editore, Giovanni Giovannetti, è diventato anche una rivista cartacea che esce con cadenza quadrimestrale per i tipi di Effigie. Con Effigie «Il primo amore» ha trovato anche una casa: infatti è proprio nella sede milanese delle edizioni Effigie che si svolgono tutte le nostre riunioni di redazione.

Perché avete deciso di dar vita a una rivista del genere? Quali sono gli obiettivi?
Questa, al solito, è la domanda. È noto - e presumo che la tua ricognizione di Milleriviste lo avrà confermato - che in Italia le riviste culturali su carta non se la passano benissimo. Certo, possono contare su uno zoccolo di lettori forti, fedeli, competenti, ma anche quelle di più lungo corso e sicura riconoscibilità, sorrette da massicce strutture distributivo-editoriali (per fare due esempi possiamo citare «Nuovi argomenti» pubblicata da Mondadori o «Micromega» che fa parte delle pubblicazioni del gruppo Repubblica-l'Espresso) sono tutt'altro che un traino o una voce in attivo, anzi, spesso una rivista letteraria esiste (o resiste) proprio in virtù della solidità del gruppo editoriale cui fa riferimento. Questo è vero per i colossi che ho citato prima, ma anche per realtà molto più piccole. Parto dalla mia esperienza: per un oltre annetto ho avuto l'opportunità di co-dirigere Fernandel, un trimestrale che poteva contare su una storia più che decennale, una sua spiccata riconoscibilità, un pubblico affezionatissimo, contributi di autori molto affermati ecc. Eppure a sostenere la rivista Fernandel erano i buoni risultati della casa editrice omonima e non viceversa.
Perché allora un gruppo di persone come noi, senza avere alle spalle una di quelle "strutture" menzionate sopra, privi di una precisa collocazione politica o di un patrocinio partitico, sceglie di dar vita a una rivista così ambiziosa da prendere il nome da una poesia di Leopardi e da definirsi nel sottotitolo "Giornale di sconfinamento"?
Lo ha spiegato bene Antonio Moresco nell'editoriale del primo numero e, se mi permetti, mi faccio da parte e lascio che siano le sue parole a dire da dove siamo partiti e quali obiettivi ci proponiamo:

Nel Novecento, le riviste che sono nate via via, promosse da scrittori, intellettuali, pensatori, artisti, poeti, si muovevano nel gioco delle cosiddette poetiche, oppure cercavano interazioni con le strutture politiche. I loro promotori potevano ancora aggrapparsi a qualcuna delle cosiddette utopie e nutrire l'illusione che fosse sufficiente il loro "impegno" per uno spostamento della configurazione politica e sociale della vita umana all'interno di queste strutture. Vedevano gli uomini attraverso la loro dimensione di volta in volta sociale, artistica, culturale. Per questo sceglievano per le loro riviste titoli che erano all'interno di questo tipo di lettura della vita e del mondo. Era tutto un fiorire di aggettivi come "nuovo", "moderno", ecc... Oppure si richiamavano agli spazi e alle pratiche di lavoro e di trasformazione e distribuzione della propria epoca: "laboratorio", "officina", "magazzino" ...

Noi abbiamo pensato di chiamare la nostra rivista, leopardianamente, «Il primo amore», perché, nella condizione in cui siamo, bisogna attingere anche ad altre forze e ad altre possibilità ancora e sempre latenti dentro di noi per riuscire a pensare e a immaginare e a sognare qualcosa che abbia la radicalità sentimentale, emotiva e mentale necessaria per tentare di muovere uno spazio immobilizzato. Perché ormai il primo amore è diventato l'ultimo amore, il primo e l'ultimo amore sono diventati l'unica possibilità, una cosa sola.

A cosa servirebbe fare oggi l'ennesima rivista che non sia altro che l'espressione residuale di piccole specializzazioni all'interno di un tessuto politico e culturale depotenziato? Bisogna avere il coraggio di buttare il ferro a fondo, non limitarci a girare attorno alle cose ma affrontarle di petto. Cercheremo di fare una rivista così. E allora quale può essere la sua ragione, la sua dignità culturale e umana, quale il nostro contributo se non la presa d'atto, senza scorciatoie e senza consolazioni, della disperata situazione e del passaggio che sta di fronte non solo a noi, al nostro paese, ma anche alla nostra specie e alla sua parte scrivente e leggente? Facendola intendere, vedere, sentire in modo inequivocabile, tridimensionale, profondo, per rendere evidente che non c'è un'altra via d'uscita tranne l'invenzione di un contromovimento che non accetti di porsi in partenza dentro gli stessi limiti angusti, anche se è ancora tutto da inventare, da reinventare, e dove bisogna ripensare completamente i fini, le strutture, le forme, per riattivare capacità atrofizzate, percorsi fisici e mentali tenuti artificialmente separati. E incontrando, in questo percorso, chi oggi si è già reso conto di quanto sta succedendo davvero, a livello nazionale e internazionale, personale e di gruppo, e sta già dando il suo prezioso contributo di espressione, di riflessione, di documentazione e di lotta.

Per questo, numero dopo numero, vogliamo andare a toccare urgenze sotto gli occhi di tutti eppure ignorate, veri e propri tabù che non vengono portati allo scoperto, focalizzando e guardando il mondo che ci circonda attraverso traiettorie negate, rimettendo in movimento forze intime e mentali da tempo sopite, insurrezionali.

Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo quando le strutture umane tendevano a ossificarsi, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto dentro un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno dell'impensato, dell'inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione: ci vuole una rigenerazione.

Di cosa si occupa? Citami uno o due esempi tratti dall'ultimo numero.
La risposta alla prima delle tue domande è qui sopra: «Il primo amore» si occupa di guardare il mondo che ci sta attorno e gli scenari che ci si preparano, con occhi diversi, da prospettive non preconcette, inesplorate o addirittura negate dalle posizioni dominanti o dagli schemi di pensiero tradizionali.

Quanto agli esempi, sfrutto fino in fondo l'opportunità che mi dai e ne fornisco un paio dalle ultime nostre uscite. Il numero 6 della rivista, intolato Il miracolo, il mistero e l'autorità, affronta il tema del rapporto cruciale dell'uomo con la propria morte e gli ambiti che ne lambiscono i confini, un territorio invaso e trasformato da nuovi ritrovati medici e tecnologici in grado di prolungare stati di esistenza sottratti alla volontà degli individui. In questi anni si è assistito a un'intensificazione della lotta per presidiare e per rivendicare il possesso di quei confini. Ne abbiamo una deformata testimonianza nell'enfasi dello scontro di principi su questioni come quella sollevata dalla tragica vicenda umana di Eluana Englaro e sulla legge attorno al cosiddetto testamento biologico. Sul sesto numero di «Il primo amore» ciascuno di noi ha cercato secondo i propri mezzi, le proprie risorse culturali e speculative di dare a tali questioni un contributo di riflessione, di discussione, di testimonianza. Tiziano Scarpa ha preso in esame il rito con cui si celebra la resurrezione di Cristo; Antonio Moresco si è mosso dal dogma della vita oltre la morte e ha formulato alcuni esempi del rapporto che i cristiani di altre epoche intrattenevano con la morte, gettando così nuova luce sulla battaglia che oggi si combatte attorno ai limiti estremi dell'esistenza; io, molto umilmente, ho raccontato la mia esperienza della malattia e della morte.

L'ultimo numero, in uscita in questi giorni è dedicato a quelle che Leopardi chiamava Le opere di genio: invenzioni tecniche, scoperte scientifiche, sogni collettivi, costruzioni sociali, artistiche, poetiche, musicali che l'uomo, pur essendo consapevole della propria precarietà, non smette di intraprendere. È così abbondante il materiale che abbiamo raccolto per questo numero, da spingerci a osare una cosa che non avevamo mai fatto. Per Le opere di genio raddoppiamo; sarà il nostro primo "disco doppio". Tra i testi e gli autori di cui parliamo in questi due numeri ci sono La scienza nova di Vico, il cinema di Fellini a proposito del quale proponiamo (in anteprima assoluta!) un capitolo tratto dalla monografia di Jean-Paul Manganaro. Ci saranno poi un'originalissima lettura dell'Antigone, un inedito di Kenzaburo Oe, tre riflessioni sui romanzi-mondo di Guimaraes Rosa, David Foster Wallace e Roberto Bolaño. E ancora: l'incontro fra Thelonious Monk e John Coltrane, le poesie di Primo Levi, un pezzo di Luca Doninelli su Ottone Rosai, l'avventura dei primi musicisti rock in Unione Sovietica, la vicenda editoriale del Dio di Roserio di Testori, Watchmen di Alan Moore e molto altro.

Su che supporto viene pubblicata e dove posso trovarla?
Come dicevo, «Il primo amore» è nato prima in rete e poi ha dato vita a una rivista che esce ogni quattro mesi, con articoli scritti appositamente per quella destinazione, anche perché ciascun numero costituisce una monografia. Si tratta di veri e propri libri, di dimensioni variabili tra le 150 e le 250 pagine, dedicati a un tema che fa da trave portante e attorno al quale si sviluppano e si irradiano i diversi contributi.
Sinora sono usciti otto numeri e il nono è pressoché pronto e arriverà in libreria ad aprile. Una parola sulle immagini: il privilegio di avere un editore che è innanzi tutto fotografo fa sì che ciascun volume del «Primo amore» sia dotato da un corredo iconografico molto ricco che dialoga con i testi raccolti e di fatto, costituisce un ulteriore contributo al tema del numero. Per averne un'idea puoi sfogliare il numero 5, intitolato Che fare?, le cui immagini sono un percorso attraverso i momenti cardine degli ultimi sessant'anni della storia del nostro Paese, oppure il 7, Tribù d'Italia, per cui Giovannetti ha recuperato numerose fotografie, anche molto antiche, dei pellerossa americani. "Il primo amore" cartaceo si può acquistare nelle librerie oppure ordinare scrivendo a Effigie edizioni (effigiedizioni@effigie.com). Inoltre, è possibile - nonché conveniente - sottoscrivere un
abbonamento annuale.


a cura di
Davide Musso

 

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