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Un romanzo a due velocità
La forza di Matteo Sartori, dice Filippo Nicosia, sta nel saper costruire per immagini.


Si disfa una famiglia senza regole nel romanzo di Matteo Sartori (Regole di famiglia, Isbn edizioni), che annuncia nel titolo quello che nel libro, in realtà, non mostra. Le regole non ci sono, o si dimostrano obsolete, e i Keller ricchi e progressisti, viziati e annoiati tutto sembrano meno che una famiglia.

Milano 1973. Poco importa che Sara, bella e ribelle, Eugenio, brillate studente di economia, Pietro, soprannominato "l'archivista" per la sue doti di bibliotecario di casa e grande appassionato di auto da corsa prendano strade più o meno sbagliate, Giovanni e Carla, i genitori, sono troppo impegnati ad autocelebrare i loro successi, la loro cultura, il loro elitarismo radicale per accorgersene.
Non a caso cinque anni dopo, Sara finirà nel vortice dell'eroina, abbandonata in un appartamento sudicio alla periferia di Milano, ed Eugenio, il fratello maggiore, si metterà in affari con imprenditori senza scrupoli. Solo Pietro, punto di vista privilegiato da Sartori, sembra accorgersi di questo lento andare in malora. Ha solo sedici anni e ha visto il vitalismo dei fratelli infrangersi in realtà inquietanti, e il lento sprofondare nell'immobilismo dei genitori.
È così che Regole di famiglia appare un romanzo a due velocità. Ci sono, da una parte, auto da corsa che sfrecciano veloci, ambizioni, passioni brucianti, e dall'altra villa la Betulla, il mondo ovattato, con i suoi mobili eleganti, i suoi aneddoti, i suoi profumi, e migliaia di libri.
La scrittura di Sartori è articolata, con periodi lunghi e un lessico ricercato. Uno stile che sembra restituire la complessità e la raffinatezza degli ambienti in cui il romanzo è ambientato.
Sartori ha il gusto della descrizione, coglie gesti, piccoli particolari, oggetti che restituiscono nell'insieme un mondo.
È proprio questa la forza del romanzo: saper costruire per immagini, rendere la dovuta forza agli oggetti e trasformarli continuamente in simboli.
Come avviene nella potente scena finale in cui Pietro guarda attonito l'auto di Ronnie Petterson, il suo idolo divampare tra le fiamme in seguito ad un incidente nel gran premio di Monza. Quell'incendio assume un valore esemplare, al suo interno si consuma anche una storia di famiglia, e allargando il campo la storia di una un'elite culturale che ha abdicato al suo ruolo scollandosi dal paese agli inizi degli anni '80, non a caso gli anni del grande disimpegno e dei nuovi padroni dei media. Pietro, il più giovane della famiglia, dovrà ricominciare tutto da capo.
Ma capisce già che sarà un'altra Italia.

Filippo Nicosia

 

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