recensioni
Eudeamon
Dalla rete al libro: il singolare caso dell'avatar che diventò scrittrice.


Per molti versi Eudeamon di Erika Moak (edizioni Zero91) è un libro speciale, anche se parte delle aspettative iniziali vengono in qualche modo tradite.

Bella l'idea: nella città immaginaria di Eudemonia, piazzata da qualche parte negli Stati Uniti, i criminali possono scegliere come pena il carcere oppure il banesuit, una sorta di tuta di lattice nero che li ricopre dalla testa ai piedi isolandoli completamente dal mondo. Quella che all'inizio può sembrare un'alternativa sopportabile a una cella vera e propria, ben presto si rivela un inferno: i Bane non possono comunicare con i comuni mortali, non possono parlare e vengono nutriti tramite una speciale sonda. Le cose si fanno interessanti quando una giornalista vecchio stile si appropria dell'identità di una prostituta per farsi condannare e diventare a sua volta una Bane, con l'intento di denunciare in un secondo tempo l'ingiustizia e la brutalità di questo particolare tipo di trattamento. Peccato che alla fine le cose non andranno così.

Interessanti le riflessioni che il libro scatena: si tratta di una critica a Stati di polizia e strette sulla sicurezza? Alla reclusione dei terroristi a Guantanamo o qualcosa del genere? Ma potrebbe anche essere un libro su chi vive imprigionato nel proprio corpo (e quando vieni a sapere che la Moak è una transgender lesbica tutto ti sembra più chiaro - si fa per dire).

Altro aspetto intrigante: il libro è stato pubblicato in prima mondiale da una piccola casa editrice italiana, che l'ha scoperto grazie a un avatar su Second Life...

Purtroppo però alcuni passaggi poco convincenti nella seconda metà del romanzo, un finale per certi versi frettoloso e meno credibile del resto e qualche pecca nella traduzione ne fanno un'opera imperfetta. Comunque da leggere.

 

[Questo articolo viene pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

Rubriche