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Una storia intima di traduzione
Nuova rubrica su "le parole necessarie": i libri stranieri raccontati dai traduttori. Si parte con László F. Földényi e Andrea Rényi.

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere
di László F. Földényi (Il Melangolo, 2009)


raccontato da
Andrea Rényi
 

Mio padre morì prima di riuscire a prendere la laurea in Filosofia. Sarebbe stata comunque solo una laurea in Filosofia marxista-leninista, perché negli anni '60 in Ungheria non esisteva altro. I suoi libri di filosofia accompagnarono la mia infanzia, ne aveva almeno uno sempre con sé per approfittare degli attimi liberi concessi dalla sua professione molto impegnativa di medico ospedaliero. Era particolarmente attratto dalla filosofia di Hegel.

Il mio autore ungherese preferito di saggi è László F. Földényi, i suoi scritti sono stati elogiati da lettori  autorevoli  come  Cees  Nooteboom, Alberto Manguel  e  Rüdiger  Safranski. Grazie  ad  uno  spirito di osservazione brillante e originale, Földényi si accosta all'arte, alla letteratura, e alla cultura  in  genere  osservandone,  da  angolazioni filosofiche penetranti e innovative, i legami più intensi e sottili. Fui molto contenta, infatti, quando il direttore editoriale de Il Melangolo mi propose la traduzione di un suo breve saggio dal titolo intrigante: Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, che era stato recensito da Albert Manguel nel 2007 come "Il libro più interessante che ho letto quest'anno".

Dopo quattro anni di lavori forzati, nella primavera del 1854 Dostoevskij viene trasferito a Semipalatinsk, nella Siberia meridionale, dove rimane quasi dieci anni. Scrive le Memorie di una casa morta e insieme a un giovane procuratore del posto, un tale Vrangel, studia Hegel. Probabilmente i due leggono le Lezioni sulla filosofia della storia, l'opera di Hegel che mio padre apprezzava di più. Dostoevskij entra in contatto con il sistema hegeliano della tesi, antitesi e sintesi, dell'essere, non essere e divenire, insomma dei tre passaggi per comprendere il mondo, la natura, le leggi, la politica, che costituiscono un sistema di fiducia smisurata nella possibilità di comprendere tutto solo pensandolo. Nel mondo degli esclusi, degli umiliati, Dostoevskij vede però che questo sistema funziona alla perfezione solo a patto di lasciare fuori tutto quello che non corrisponde a canoni prestabiliti, come la sofferenza, l'ingiustizia, il dolore. Mentre per lui più l'uomo precipita nell'inferno del dolore, più riesce, poi, a volare alto. Secondo lo scrittore russo la grigia razionalità del professor Hegel è paradossalmente l'inferno vero, quello terribile perché privo di redenzione.

Non so come mio padre avrebbe commentato questo saggio, io però mi sono riavvicinata a lui a distanza di tanti anni dalla sua morte e ho capito di più della sua visione del mondo.  Questo legame tra lui e il lavoro di Földényi ha reso il mio compito di traduttrice ancora più interessante, stimolante e di grande soddisfazione. I riscontri positivi non sono mancati: l'editore ha approvato la mia traduzione praticamente senza una correzione e questo esile libretto è stato lodato e recensito fra gli altri da Adriano Sofri, Pietrangelo Buttafuoco, Dario Olivero e Stefano Ciavatta.

Andrea Rényi

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andrarenyi@gmail.com


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