nero su bianco, le interviste come una volta
Pagine verdi
Dalla grigliata mista al ruolo sociale dello scrittore: intervista esclusiva a Jonathan Safran Foer.

A Milano c'è un locale dove si mangia esclusivamente carne alla brace - costine, salsicce, stinco -, e rigorosamente con le mani. A parte i dolci, gli unici esseri di natura non animale che rischiate di trovarvi nel piatto sono patatine fritte e pannocchie, il pomodoro delle bruschette, o le noccioline che vi vengono offerte non appena vi sedete. Insomma, il posto migliore per prepararsi psicologicamente all'intervista con Jonathan Safran Foer a partire dal suo ultimo libro Se niente importa (Guanda), una sorta di reportage narrativo dal mondo del vegetarianismo, un viaggio negli allevamenti industriali frammisto a elementi autobiografici, ma anche una riflessione su alcune assurdità della società dei consumi in cui stiamo a mollo. Intendiamoci, Foer non rivela nulla di nuovo (se vi interessa il tema leggetevi Fast Food Nation di Erich Schlosser), ma è intrigante il modo in cui l'autore, vegetariano di ritorno, struttura il libro, raggiungendo un pubblico che altrimenti all'argomento non si sarebbe mai avvicinato. E già che c'eravamo, dalle problematiche della grigliata mista siamo passati a qualche domanda sul suo lavoro quotidiano come autore.

Nel libro spieghi che hai iniziato a lavorare a questo progetto quando è nato il tuo primo figlio, per verificare che il cibo che gli avresti dato fosse sicuro. Perché ti sei concentrato sulla carne e non su altri tipi di alimenti, per esempio le verdure, per controllare come vengono prodotti?
Non era solo una questione di sicurezza, ma degli effetti sull'ambiente, e di come vengono trattati sia i lavoratori sia gli animali negli allevamenti.

Quindi cerchi di comunicare qualcosa a tuo figlio con le tue scelte?
Inevitabilmente uno comunica dei valori ai propri bambini. Non puoi evitare di farlo. Io volevo fare delle scelte che fossero buone per noi (per il nostro corpo e per il nostro pianeta) e la cui spiegazione non richiedesse di sorvolare su qualcosa o di mentire.

Se ho capito bene non sei contrario al fatto di cibarsi di animali, quanto piuttosto agli allevamenti e alla pesca intensivi e ai modi in cui gli animali vengono trattati in quelle situazioni. Che ne pensi delle alternative sostenibili, come gli allevamenti tradizionali?
È una faccenda complicata, perché spesso le alternative che sono sostenibili in prima battuta, non lo sono quando vengono applicate a livello globale. In parole povere, per un mondo di sei miliardi di persone (che diventeranno dieci) non esiste un modo sostenibile di mangiare il quantitativo di carne che siamo soliti mangiare. Se fossimo disposti a mangiare molto, molto meno, potremmo pensare a fonti e metodi di produzione che avessero un senso. Ma nessun tipo di allevamento ha senso mangiando carne due o tre volte al giorno.

Quindi non sei d'accordo con quel lavoratore dell'industria della carne che ti ha detto che senza gli allevamenti intensivi sarebbe impossibile nutrire miliardi di persone e che rischieremmo la carestia o qualcosa del genere.
Sono d'accordo che se le persone continuano a mangiare tanta carne quanta ne mangiamo ora, allora abbiamo bisogno degli allevamenti intensivi. Ma è quasi come dire che se le persone continuano a usare l'energia come la usano adesso, allora abbiamo bisogno del riscaldamento globale. Il fatto è che una dieta vegetariana è meno costosa e più salutare. Non tutti hanno intenzione di arrivarci. Questo lo capisco. Ma tutti noi dobbiamo riflettere sulla necessità di consumare meno carne.

Per scrivere Se niente importa hai visitato alcuni allevamenti intensivi e in alcuni casi per farlo hai violato la legge. Che tipo di problemi hai dovuto affrontare per questo libro? Ho anche letto che hai ricevuto delle minacce dopo averlo pubblicato...
No, non ho infranto la legge. L'ho solo interpretata in un modo un po'... esoterico. E non sono stato minacciato per niente. In realtà, il grandissimo consenso che ho incontrato mi ha scioccato. Devo ancora trovare una persona che voglia difendere l'allevamento intensivo.

Il padre di una mia amica ha smesso di mangiare carne dopo aver letto il tuo libro, e storie analoghe le ho trovate sul sito eatinganimals.com. Sei felice di questo tipo di reazioni?
Sono molto felice. L'obiettivo di ogni libro è quello di cambiare i lettori. Ma con i romanzi non sai in quale cambiamento stai sperando. In questo caso, in realtà, il cambiamento che auspicavo non era una conversione al vegetarianismo, ma un allargamento della discussione.

Parliamo del tuo lavoro in generale: sostieni che siamo fatti di storie. Perché hai deciso di metterle nero su bianco e di diventare uno scrittore? E cosa sarebbe accaduto se il tuo primo libro non avesse venduto neanche una copia?
Non ho idea di cosa sarebbe successo. Mi piacerebbe poter dire che avrei fatto tutto nello stesso identico modo, ma non posso sapere se questo sia vero o meno. Sarebbe stato molto più difficile per molti motivi, e più facile per altri. Non credo di aver mai deciso di diventare uno scrittore. Ho deciso di provare a utilizzare la scrittura come mezzo per veicolare un certo modo di esprimersi. Che è una cosa differente.

Non ti sei spaventato per il successo del tuo primo libro? Voglio dire, non hai pensato "Dio, e adesso cosa scrivo?"
Non proprio. E avevo già iniziato a scrivere il secondo libro prima che uscisse il primo. Scrivere è così difficile, di per sé, che non preoccuparsi delle reazioni è un lusso che devo ancora provare. Sarebbe come chiedere a un sollevatore di pesi con 200 chili sopra la testa se si sia mai immaginato che faccia fa mentre solleva i pesi.

Com'è una tua giornata tipo? Quando, dove e per quanto tempo scrivi?
Ora che ho due figli, non ho una giornata tipo. Di solito lavoro al mattino, nella Biblioteca pubblica di Brooklyn o in un caffè vicino a casa. Generalmente scrivo per tre o quattro ore. Ma molto spesso le cose vanno diversamente, o non vanno del tutto.

A proposito di bambini: Raymond Carver diceva che i figli erano un problema per la sua scrittura, perché non aveva un posto e la tranquillità necessaria per scrivere. Che ne pensi?
Sono d'accordo con Carver. Ma ci sono cose più importanti della scrittura.

Qual è il tuo metodo di lavoro? Intendo: inizi un libro, lo scrivi fino alla fine e poi ritorni sulla prima stesura, oppure riscrivi ogni singolo paragrafo di volta in volta?
Non ho altri metodi che l'impegno costante. Non conosco quello che scrivo finché non lo scrivo - non il libro, non il capitolo, non la pagina o la frase successiva. È molto intuitivo e inefficiente.

Qual è, secondo te, il ruolo dello scrittore nella nostra società?
Questa è una domanda che ogni autore dovrebbe farsi. Non credo che esista una sola risposta o una risposta che si possa applicare in generale.

Quale credi che sia il tuo ruolo?
Ho cambiato idea in proposito e continuo a cambiarla - in base a come cambia il mondo, a come cambiano le circostanze della mia vita.

Quali sono gli autori che ami di più? E quali suggerimenti daresti a uno scrittore alle prime armi?
La scrittrice che amo di più è mia moglie.

E i suggerimenti?
Sono io quello che ha bisogno di suggerimenti.

Ok, ultima domanda: a cosa stai lavorando in questo periodo?
A cose diverse. Un romanzo, se tutto va bene. O alcuni romanzi. Come dicevo, non so cosa sto facendo finché non ho finito, e quando ho finito non so che cosa ho appena fatto.

 

[Davide Musso, 2010]


[Questo articolo è stato rilasciato sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]
 

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