parole d'autore
New York è una finestra senza tende
Paolo Cognetti ci racconta il backstage del suo nuovo libro.

New York è una finestra senza tende è nato un giorno di luglio del 2004. O forse ancora prima, verso i vent'anni, quando ho scoperto la letteratura americana e sentito, come in un'illuminazione, di aver trovato il mio mondo. A qualcuno è successo lo stesso con il cinema o il rock'n'roll: ci sono voci, sguardi, modi di esprimere l'essere umano che ti cambiano la vita, non importa se vivi a Milano nell'era dell'informazione e stai leggendo le avventure di Achab nell'Oceano Pacifico. Da allora sono cresciuto in compagnia di queste storie. È per colpa loro che sono diventato uno scrittore. Nel 2004 però non avevo ancora pubblicato niente, con il mio amico Giorgio Carella facevo documentari e la casa editrice minimum fax progettava una serie televisiva sugli scrittori newyorkesi: sapendo del nostro lavoro e della mia passione, Marco Cassini chiese a me e Giorgio di realizzarla. Fu il mio primo viaggio a New York e mi sembrò un ritorno a casa. Restammo laggiù due mesi, girammo nove documentari al ritmo di una miniera di carbone sovietica. Per ogni film si trattava di incontrare uno scrittore, intervistarlo, seguirlo attraverso la città, filmare le sue letture. A ciascuno di loro chiedevamo di portarci nei luoghi a cui era legato, perché ci aveva vissuto, perché li aveva raccontati nei libri o perché erano i suoi angoli segreti, quei posti dell'anima che tutte le città nascondono per chi ci è nato e cresciuto. Così, appena sbarcato dall'Italia, esplorai New York attraverso queste guide speciali. Ancora oggi non sono mai salito sulla Statua della Libertà, ma conosco benissimo una certa sinagoga di Chinatown, le ferrovie abbandonate e i moli del porto di Brooklyn, la vecchia passerella di legno sulla spiaggia di Coney Island. È stato il più bel lavoro che ho fatto in vita mia.

Da allora sono tornato a New York ogni anno. Una volta per un'intera estate, un'altra volta in dicembre e gennaio. Ho visto i fuochi del 4 luglio e cucinato il tacchino del Ringraziamento, ho pescato nelle acque torbide della baia e visto molte partite di baseball, ho trascorso un Natale a mangiare hamburger in una tavola calda di Red Hook. Ho la fortuna di fare lo scrittore e di poter lavorare dove voglio, mi basta portarmi dietro un quaderno e i soldi che servono per sopravvivere. Ho sempre scritto tanto a New York, forse perché ero solo, perché il paesaggio fuori dalla finestra mi faceva stare bene e perché mi trovavo in luogo fecondo come la biblioteca di Babele, un enorme generatore di storie.

Poi nel 2008 mi ha chiamato Anna Gialluca, la persona che dirige la collana Contromano di Laterza. Sono libri in cui gli scrittori raccontano le loro città, però Milano era stata già fatta da Aldo Nove: avevo voglia, mi chiese, di scrivere un libro su New York? Mi sa che lì per lì scoppiai a ridere. Che fortuna, che fortuna sfacciata. Prima i documentari, adesso addirittura un libro. Ho avuto troppa fortuna in questa breve vita e prima o poi la pagherò. Risposi ad Anna che non chiedevo di meglio e la baciai con trasporto. Avevo voglia di andare a cercare Aldo Nove per abbracciarlo.

Poi non è stato tutto così semplice. Per un certo periodo mi sono sentito inadeguato al compito. Basta entrare in una libreria di New York e cercare la sezione "guide locali", per rendersi conto che esistono centinaia, forse migliaia di libri su quella città. C'è una guida per ciclisti, una per proprietari di cani, una per genitori di bambini, una per allevatori di api. C'è una guida alle serie televisive ambientate a New York, e una bellissima guida sul cinema newyorkese. Ci sono autobiografie e libri fotografici e innumerevoli chiavi di lettura sull'urbanistica, l'architettura, la storia sociale della città. Credo sia il luogo più raccontato al mondo, e io chi ero per prendere la parola? Ma alla fine ho scoperto che, per qualche mistero, il libro che avevo in mente io mancava. Nessuno ha mai raccontato il viaggio di un lettore a New York. Non esiste nemmeno una storia della letteratura newyorkese. Così ho cominciato a pensare a un diario, o un racconto, o una strana guida che contenesse allo stesso tempo la città e le sue storie: le strade, i palazzi, gli otto milioni di abitanti, i ponti e i grattacieli, più tutti i personaggi e le infinite pagine di carta, il luogo reale e quello immaginario che si fondevano in uno solo quando stavo lì.

Nel libro c'è un capitolo sulle due città gemelle dell'Ottocento, Brooklyn e New York, prima che si unissero con la costruzione del ponte, e sulle vite parallele dei due scrittori che le cantarono: Herman Melville e Walt Whitman. C'è un capitolo sul Lower East Side, il quartiere degli emigranti, e sull'epopea della letteratura ebraico-americana. C'è un capitolo sul Greenwich Village e la Beat Generation, e un altro in cui me ne vado in giro per Manhattan a Natale pensando a Salinger e al giovane Holden. E poi Paul Auster, Grace Paley, Chaim Potok, Hubert Selby Junior.

Insieme al libro c'è anche un documentario ricavato dalla serie che realizzammo nel 2004. Si intitola "Il lato sbagliato del ponte" ed è un viaggio attraverso Brooklyn al seguito di quattro scrittori: Jonathan Lethem, Rick Moody, Colson Whitehead e Shelley Jackson. Parla dell'anima segreta di New York, o come cantava Lou Reed della scelta di camminare sul lato selvaggio. Il film è all'origine del libro e sono orgoglioso che ne faccia parte.

E poi che dire, sono davvero contento di averlo scritto. Spero che almeno un pezzetto di quello che ci ho messo dentro arrivi a qualcuno. Io posso solo ringraziare le persone che mi hanno portato laggiù, Marco e Anna, e Giorgio che è venuto con me, Bob e Jimmy che mi hanno sempre fatto sentire a casa, Valeria che ha letto e scritto, Nadia che ha condiviso questo amore.

Paolo Cognetti

 

(Paolo ha scritto questo pezzo per le parole necessarie, e lo ringrazio di cuore. Per chi fosse in zona, Paolo presenterà New York è una finestra senza tende domenica 21 marzo al Circolo La Scighera di Milano. I dettagli sono qui)

 

[18 marzo 2010]

 

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