nero su bianco, le interviste come una volta
Pulce è tornata
Intervista a Gaia Rayneri, autrice di "Pulce non c'è".

Questa è la storia di un'ingiustizia. La storia di Pulce, una bimba autistica di nove anni sottratta alla famiglia dai servizi sociali che, basandosi sul metodo della "comunicazione facilitata" (un sistema utilizzato per aiutare ad esprimersi chi soffre di autismo), credono di ravvisare i segnali di abusi commessi dal padre, stimato medico torinese, ai danni della piccola, che viene quindi accolta in una comunità per minori. Il problema è che la comunicazione facilitata è un sistema poco affidabile. Ecco dunque che tutta la storia degli abusi si rivela essere un grande errore, "pagato" dai parenti di Pulce, oltre che da Pulce stessa, che alla fine riesce a tornare dai suoi.
Pulce non c'è, esordio narrativo della 23enne Gaia Rayneri, è un romanzo che non è un romanzo: è la storia dell'autrice, di sua sorella e della sua famiglia, una storia vera che qui viene volutamente trasfigurata dagli occhi di Margherita, nella finzione sorella tredicenne di Pulce, che con il suo sguardo ingenuo sul mondo, con le sue fantasie inarrestabili e le divagazioni stralunate, riesce a rendere sopportabile una vicenda di per sé durissima.

Il tuo libro, è stato detto e ridetto, è basato su una storia largamente autobiografica. O meglio: è una storia largamente autobiografica. Perché, dunque, presentarlo come "romanzo"?
Pulce non c'è è
, prima di tutto, una storia autobiografica. E' la storia della mia famiglia ma anche quella di tante altre: errori giudiziari come quello che hanno coinvolto la "nostra" Pulce purtroppo sono all'ordine del giorno in molti comuni; e le stesse Pulci abbondano, basti pensare che sono 360mila in Italia le famiglie con un membro autistico al loro interno, più (forse) altrettante altre che non lo sanno, perché le diagnosi sono difficili e gli "esperti" impreparati. Da questo la volontà di fare di una vicenda privata un romanzo: per far conoscere un mondo a chi non l'ha mai vissuto o a chi non sa di farne già parte. E poi, data la "drammaticità" della materia trattata, anche per poter cambiare di segno il dolore vissuto, trasfigurarlo e renderlo da un lato più sopportabile (la scrittura come self-therapy), dall'altro più intelligibile per il lettore, che grazie al tipo di voce - la voce adolescente, che per antonomasia distorce e sposta di lato l'oggetto della narrazione, e nel fare questo promette leggerezza - può più facilmente avvicinarsi a un tema di fronte al quale di solito si storce il naso, temendo un coinvolgimento emotivo troppo forte, o identificandolo come un problema altrui, estraneo.

Quando e perché hai deciso di scrivere questo libro, e come hai affrontato la cosa in famiglia? Qual è stata la reazione dei tuoi?
Ho deciso di scrivere Pulce non c'è perché mi sembrava una storia troppo grande e clamorosa per non essere raccontata, e il portarla dentro di me mi rendeva impossibile o fastidioso parlare di altri temi, più "piccoli". Voleva essere anche una sorta di riscatto per la mia famiglia, che è stata vittima di errori, malafede e incompetenza umane senza mai riceverne in cambio delle scuse (ma anzi, ulteriori sospetti), e non ha mai potuto ribellarsi all'ingiustizia subita, perché questo sarebbe stato possibile solo avviando una causa contro lo Stato, che, si sa, è bravissimo ad autoassolversi. Se oggi i miei genitori sono felici di questo libro, e hanno iniziato a loro volta a viverlo quasi come una personale vendetta, prima della sua uscita Pulce non c'è ha destato non poche preoccupazioni: quando ho chiesto a mia madre (che è dottoressa) alcuni consigli medici, per non scrivere inesattezze sull'autismo, lei si è impossessata del manoscritto, ha girato per casa per alcuni giorni armata di fogli e penna rossa, e dopo qualche tempo mi ha restituito il malloppo, esclamando tutta fiera "Ecco, Gaia, ti ho corretto il romanzo". Ha poi ammesso che la sua paura principale era che i servizi sociali, leggendo un resoconto tanto accurato delle nevrosi familiari, potessero decidere di allontanare Pulce un'altra volta.

La storia è raccontata dal punto di vista della sorella maggiore di Pulce, che comunque è una ragazzina. E' lecito dunque pensare che i fatti siano stati in qualche modo trasfigurati, e la nota in apertura di libro avvalora questa ipotesi. E' una scelta letteraria voluta? Perché?
Giovanna Camurati, la sorella di Pulce, si trova improvvisamente travolta da una storia più grande di lei, che la costringe da un giorno all'altro ad abbandonare la presunta innocenza e catapultarsi nel mondo degli adulti. La sua ironia, il suo comico distacco, sono innanzitutto uno stratagemma che Giovanna-personaggio adotta per sopravvivere a tutto questo, e anzi, più ancora, inserire in tutto questo parte della sua visione strampalata di bambina, grazie alla quale può ancora chiedere i "perché?" che agli adulti non sono più (anche se dovrebbero) concessi. Per quanto riguarda Giovanna-narratrice, invece, lo sguardo distorto è un modo di riscrivere la scala delle priorità pagina per pagina, senza mai darla per scontata (per esempio, il rifiuto di adeguare le reazioni emotive a quelle "logiche", presunte, socialmente aspettate, tipiche degli autistici e qui quasi rivendicazione politica); è anche un tentativo, come accennavo prima, di invitare ad avvicinarsi a un tema normalmente bollato come "pesante", qual'è quello della disabilità. Vestirlo di leggerezza e comicità vuol essere un modo per parlare al lettore sul suo stesso terreno ("ridere" è di tutti, la malattia solo dei malati), così che, alla fine, qualcuno magari possa arrivare a pensare "Allora è un problema anche mio".

Pulce non c'è lancia delle accuse molto forti: sulla mancanza di umanità e sulla miopia di certe istituzioni e di certi personaggi, dai medici agli insegnanti alla magistratura fino alle comunità per minori, che Giovanna descrive come interessate non tanto al bene dei bambini che ospitano, quanto ai contributi economici che ricevono per ospitarli. La tua vicenda personale ti ha fatto perdere fiducia in questo tipo di figure?
La mia fiducia nelle istituzioni in generale non è mai stata particolarmente spiccata; di solito semplicemente cerco di vivere dimenticandomi della loro esistenza, e impiegando il tempo che mi resta a pensare come potrebbero essere se si decidesse di ripensarle. Questa vicenda è stata un'ulteriore conferma di questa antipatia viscerale, che mi ero già formata e mi formo ogni minuto (credo che basti avere un amico straniero e osservare che cosa gli succede nel nostro paese). Ciò che più mi preoccupa, in generale, è la tendenza di queste istituzioni a schiacciare l'individuale in virtù di una presunta ragione universale: come se la varietà fosse un disvalore, e fosse in ogni istante necessario "guarirla", adeguarla, paradossalmente per lo stesso bene (presunto) dell'individuo. Basti vedere il caso degli assistenti sociali, ad esempio: al di là del singolo operato degli individui (ovviamente credo nel fatto che ci siano assistenti sociali "buoni"), l'aspetto problematico, a parer mio, è l'idea di partenza: finché si parte dal presupposto che esista una famiglia normale, e che la sua definizione stia nelle proprie mani, è chiaro che ci si arroga un potere enorme, normativo da un lato, ed esclusivo dall'altro (chiunque non corrisponda all'etichetta viene automaticamente "chiuso fuori"). L'interesse economico, poi, aggrava il problema: poco tempo fa, in un campo nomadi dove ero andata con mia madre per portare vestiti e medicinali, abbiamo chiesto ad alcune famiglie se avessero provato a chiedere aiuti economici ai Servizi o all'ASL: hanno sgranato gli occhi, hanno preso a dire ossessivamente No! No! e poi ci hanno spiegato che gli unici tra loro che l'avevano fatto si erano sentiti rispondere "Non ce la fate a mantenere i vostri bambini? Nessun problema, abbiamo un sacco di spazio per loro nelle nostre comunità". Le quali, ovviamente, sono ben felici di ricevere i finanziamenti statali che arrivano per ogni ospite (lo stesso denaro che basterebbe per dotare migliaia di persone che vivono sul territorio italiano di servizi basilari come acqua ed elettricità).

Dal punto di vista tecnico: quanto è durata la stesura del libro e qual è stato lo scoglio più arduo da superare?
La stesura del libro è cominciata nel 2006, principalmente per gioco, come esercizio e passatempo: ovviamente non pensavo che il romanzo sarebbe stato pubblicato, né tantomeno da Einaudi, quindi mi sono più che volentieri lasciata distrarre dalla vita in più occasioni, concedendomi pause anche lunghissime dalla scrittura. Lo scoglio più grande, che ho superato grazie all'aiuto della mia editor, è stato adeguare il tipo di voce all'età (spesso, soprattutto in un'opera prima, si tende a fare sfoggio di parolame più o meno complicato, per mostrarsi "bravi": cosa in questo caso più che mai dannosa, perché bisognava tener conto dei 13 anni della narratrice, e quindi riuscire a fare un uso intelligente del suo lessico limitato, eliminando qualsiasi residuo dell'idea di identità autore-personaggio). In parte, prima dell'editing, ero riuscita a farlo da sola, ma restavano ancora alcuni paroloni che ogni tanto facevano pensare che l'adolescente in questione avesse almeno quarantacinque anni. Un'altra cosa che ho imparato dall'editing è stata l'efficacia del "dire meno": spesso, e credo rientri sempre tra i limiti degli esordienti, si tende a voler dire esaustivamente tutto ciò che si sa -o che viene in mente- su un argomento, mentre spesso una sola parola è infinitamente più potente di tante pagine.

Che progetti hai per il futuro? Continuerai a scrivere o stai già scrivendo qualcosa di nuovo?
Al momento sto lavorando ad un nuovo romanzo, una sorta di distopia sul tema della differenza (con attenzione particolare a quella di genere). Mi interessano le storie potenti, di denuncia, quelle che agiscono (o almeno ce la mettono tutta per farlo) sull'immaginario, e quindi sulle relazioni, sulle categorie interpretative della vita, e sulla vita stessa. Collaboro per alcune riviste e portali, sto cercando di vivere di scrittura, mantenendo però sempre la vita (e la felicità) come priorità. Da poco mi sono trasferita a Londra, dove vorrei trovare qualche altro lavoro (in ambito letterario, se ci riesco, ma spesso temo che finirò da McDonald's) e, quando avrò racimolato abbastanza pounds, iscrivermi a un master in Gender studies, per poter continuare ad approfondire questo tema con la mia scrittura ma potermi inserire in un dibattito consapevole, il più possibile lontano dalla tentazione messianica dell'ingenuità letteraria.

 

[© Davide Musso, 22 febbraio 2010]

Eventi
Rubriche