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Nient'altro che la verità
Nel suo primo memoir, lo scrittore israeliano Etgar Keret gioca a arte scoperte. Forse.

Etgar Keret
Sette anni di felicità
Feltrinelli
pag. 164 * euro 14
Traduzione di Vincenzo Mantovani

Con questo libro Keret gioca per la prima volta a carte scoperte, e con la consueta ironia cui ci ha abituati nei suoi racconti ci porta a curiosare dietro le quinte della sua vita privata, a partire dalla nascita del figlio poco dopo un attacco terroristico: "Cerco di calmarlo, di convincerlo che non c'è nulla di cui preoccuparsi. Che quando sarà grande qui in Medio Oriente tutto si sarà aggiustato: ci sarà la pace, non ci saranno più attacchi terroristici (...). Lui si calma per un instante e poi considera la mossa seguente. Dovrebbe essere un ingenuo - visto che è un neonato ­- invece non la beve neanche lui, dopo un attimo di esitazione e un piccolo singhiozzo, riprende a frignare". Frammenti di felicità che percorrono tutto il libro e, appunto, i primi sette anni di vita del piccolo Lev, con gioie, ferite, incidenti, mille corse in taxi e voli da un capo all'altro del mondo per partecipare a eventi e festival letterari. Episodi esilaranti come in "Botta e risposta", quando per sfuggire ai ripetuti approcci telefonici di una venditrice della stazione satellitare "Yes" Keret arriva a fingersi morto: "Che tragedia. Un interno lo ha finito sul tavolo operatorio. Stiamo pensando di fargli causa". "Con chi parlo allora?" chiede Devora, "Con Michael, il fratello minore" improvviso. "Ma non posso parlare. Sono al funerale", "Certo" dice Devora, "richiamerò più tardi. Ho un pacchetto consolazione che per lei dovrebbe essere proprio l'ideale". Ma anche schegge dolorose, come quando scopre che suo padre è malato di un cancro che lo porterà alla morte. E sullo sfondo, quasi sempre, la guerra.

Leggendo queste pagine viene da chiedersi in quanta vita reale Keret inzuppi i propri racconti - e la risposta potrebbe essere: parecchia. Ma viene anche da chiedersi quanto Etgar sia stato sincero in questo memoir. La risposta sembra fornirla lui stesso in "Amore al primo whiskey": "Io mi sono innamorato di mia moglie in un night club. Lei era entrata mentre io stavo per andare via. (...) ‘Stavo giusto per uscire' le urlai. (...) ‘Baciami' urlò lei di rimando. Rimasi di stucco. (...) ‘Magari resto ancora un po'' dissi". Peccato che la versione della moglie sia leggermente diversa: "Quello che ho detto è che non avresti mai trovato un taxi. (...) La nostra vita è una cosa, e tu la reinventi sempre fino a farla diventare un'altra cosa più intressante. È quello che fanno gli scrittori, dico bene?".

Davide Musso

 

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