recensioni
È così che la perdi
L'ultimo libro di Junot Díaz è malinconico e divertente il giusto, con punte di lirismo strazianti.

Junot Díaz
È così che la perdi
Mondadori
pag. 170 – euro 16
traduzione di Silvia Pareschi

"A volte un inizio è tutto ciò che abbiamo". A volte basta questo, alla fine di una storia: un inizio cui aggrapparsi per provare a risalire. È così che si chiude il libro - e uno dei racconti più belli - di Junot Díaz, Premio Pulitzer con il precedente romanzo, che qui rimette in scena Yunior (alter ego dell'autore già protagonista di Drown, la prima raccolta pubblicata nel 2008 sempre da Mondadori) e la sua scombinata famiglia di immigrati dominicani negli States: la madre che si spacca la schiena per tutti, il fratello Rafa, donnaiolo quanto e forse più del padre, che dopo aver portato la famiglia in America continua a lavorare duro e a tradire la moglie con le sue sucias.

Quella di Yunior e compagni è una storia fatta continuamente di cose che finiscono e nuovi inizi, malgrado tutto: la fine della vita in Repubblica Dominicana e l'inizio nel nuovo paese ("L'appartamento ci sembrò enorme. Io e Rafa avevamo una stanza tutta per noi, e la cucina, con frigorifero e fornelli, era grande più o meno come la nostra casa in calle Sumner Welles"), la fine della vita di Rafa, che si ammala di cancro ma fino all'ultimo non smette di essere il loco che è sempre stato, l'inizio e la fine dei molti amori di Yunior, che evidentemente ha nel sangue i geni paterni: "Molti mesi fa, quando Magda era ancora la mia ragazza, quando ancora non dovevo stare attento praticamente a tutto, le ho messo le corna con questa tipa che aveva una gran testa di capelli Anni Ottanta. A Magda non l'ho detto. Sapete com'è. Un osso così puzzolente è meglio seppellirlo nel giardino sul retro della vostra vita".

Un libro di racconti in gran parte collegati, anche se non in stretto ordine cronologico, dove alla fine tutto ruota intorno all'amore (giusto o sbagliato o senza speranze che sia: "Ti amo. Per quel che vale"), una scrittura che sa essere malinconica e al tempo stesso divertente il giusto, con punte di lirismo bellissime e strazianti.

Davide Musso

 

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