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Lasciando la Baia del Re
Un film complesso, commovente, imperfetto. E una recensione scorretta.

di Luca Angeleri

"Lasciando la Baia del Re" è un documentario di Claudia Cipriani, prodotto da Ghira Film nel 2011. È un'opera complessa, commovente e imperfetta, che racconta le vicende di due donne nell'arco di 7 anni.
E quella che segue è una recensione scorretta.
Scorretta perché ho collaborato all'editing del film, quindi il mio punto di vista è condizionato. Siete tutti avvisati.

Il film comincia portando lo spettatore su una falsa pista: dopo pochi minuti di visione, si crede di sapere esattamente dove ci si trova. C'è la periferia degradata, il doposcuola con i ragazzi problematici, i volontari dell'Associazione Baia del Re, appassionati ma anche un po' sperduti, che cercano di mettere ordine nell'anarchia delle vite di questi adolescenti: tutti abbiamo già visto film così, magari con una banlieu al posto del quartiere Stadera di Milano, ma sappiamo già cosa aspettarci. Anche lo stile di ripresa, mosso e volutamente disordinato, contribuisce a mettere una freccia con la didascalia "voi siete qui" nella mappa della cinematografia.

Con queste coordinate, il film mette in scena le vicende di Valentina, adolescente con la madre tossica, che però vuole studiare "perché io da qui voglio andarmene"; di George, ragazzo di origini egiziane che trasforma la soffitta del palazzone in cui vive in un piccolo laboratorio e di elettronica ne sa più dei suoi insegnanti, ma che probabilmente finirà a lavorare nella pizzeria di famiglia; e di Claudia, l'autrice-attrice, che fa volontariato con l'associazione che segue questi ragazzi, che li riprende e allo stesso tempo si pone il problema morale di ogni filmmaker, cioè se si possa raccontarli dalla posizione privilegiata di chi, in quel luogo, ci passa poche ore alla settimana.

Insomma, niente di nuovo? Parrebbe di no. Eppure.

Eppure, tra motorini che "più fa rumore più è bello" ed etilici corsi di barman, un'inquietudine sottile rimane sottotraccia: non ci si dimentica della sequenza dei titoli di testa: una landa ghiacciata battuta da venti gelidi. E non ci si scorda nemmeno delle immagini di repertorio che seguono, in cui si vede Umberto Nobile preparare la drammatica spedizione del dirigibile Italia. O, subito dopo, dei primi piani della regista che osservano un orizzonte precluso allo spettatore.

Il gelo di quelle immagini rimane da qualche parte nella testa di chi guarda e quando nelle vicende della chiassosa comunità la sfera intima comincia a prevalere sul sociale, si comincia a capire che l'equivalenza Polo Nord-Periferia è solo la superficie della simbologia che sottende al film.

La Baia del Re, luogo fisico del Polo Nord da cui Nobile partì e l'Associazione Baia del Re milanese finiscono per avere in comune ben più del nome, così, quando la storia di Claudia prende una piega che mai avremmo immaginato, non siamo preparati e quando il colpo arriva fa malissimo.

Perché la Tragedia interrompe, anche fisicamente sullo schermo, la narrazione e quando il film riprende, è già altro. La metafora si è fatta reale: un viaggio attraverso i luoghi più inospitali del pianeta coincide con un viaggio nel lutto più atroce. Claudia e Valentina, rimaste le sole protagoniste, per risorgere devono trovare la speranza dove la vita non può esistere e devono affrontare le paure che le hanno congelate e lasciate come una nave bloccata dai ghiacci.

Anche il linguaggio è cambiato: alla camera a mano della prima parte, funzionale a raccontare la confusione magmatica del quartiere Stadera, si sostituisce uno stile di ripresa rigoroso esaltato dalla bellezza dei paesaggi artici.

Qui c'è l'unico difetto che ancora oggi riscontro rivedendo il film: quando la stratificazione dei simboli mostrati rischia il sovraccarico e gli scambi tra le due donne possono sembrare troppo programmatici.

Ma questo peccato veniale viene spazzato via dall'inattesa catarsi: risolutiva e drammatica al limite dell'insostenibile, mostrata da una camera tanto crudele quanto necessaria che non distoglie mai lo sguardo.

È grazie a questa confessione, quando una frazione infinitesimale del dolore mostrato è stata condivisa con lo spettatore, che le due donne possono tornare a vivere, come la nave mostrata prima dei titoli di coda che, non più incagliata nel ghiaccio, fa rotta verso un orizzonte che adesso anche noi riusciamo a vedere.

 

lucaLuca Angeleri nasce in provincia di Milano nel 1974. Laureato in lettere moderne, dal 2001 si occupa di postproduzione video. Nel corso degli anni ha curato il montaggio di decine di spot pubblicitari, videoclip, documentari e cortometraggi. Nella sua filmografia, tra l'altro: Lasciando la Baia del Re (nomination David di Donatello 2012 "Miglior Documentario"), Il Lupo, La Guerra della Onde, Scirocco, 4' (menzione miglior montaggio al Festival Alto Vicentino 2008).

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