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Il freddo che abbiamo
"Nelle foreste siberiane" di Tesson è un libro sulla fuga dal mondo, ma non solo. Una lettura da centellinare.

Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane, Sellerio
260 pagine, 16 euro
traduzione di Roberta Ferrara

Una sera a cena con amici e, tre su cinque, avevano amato visceralmente questo libro. Un libro da centellinare, come mi ha detto uno dei tre. Un libro (nella fattispecie un diario) dove non succede granché, è vero, ma che ti scivola sotto la pelle, lasciandoti più di una volta lì a ripensare all'ultima frase letta. L'autore - scrittore e giornalista francese oltre che viaggiatore - si era ripromesso di vivere alcuni mesi da eremita prima dei quarant'anni, ed eccolo qui: in una baracca di legno sulle sponde del lago Bajkal, in Siberia. Una scelta che richiede un bel fegato, dal mio punto di vista, ma condivisibile nelle sue premesse: "Parlavo troppo. Desideravo il silenzio. Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare". Una fuga dal mondo alla ricerca di se stessi? Certo. Un atto rivoluzionario? Anche, almeno nelle intenzioni: "La solitudine è una rivolta. Ritirarsi nella propria capanna significa uscire dal campo degli schermi di controllo. L'eremita scompare. Non lascia più tracce digitali, non invia impulsi telefonici né ordini bancari. Si spoglia di qualunque identità". In queste pagine scorrono fiumi di vodka (per scaldarsi ma anche per allontanare i demoni), ci sono lunghe escursioni e visite ai rari "vicini" che vivono a chilometri di distanza, sedute di pesca sul ghiaccio e pagine di libri per riempire i giorni e i pensieri.

Ci sono anche momenti di sconforto, come prevedibile: "Chi sono io? Un vile che ha paura del mondo, recluso in una capanna in fondo a un bosco. Un vile che si ubriaca in silenzio per non dover assistere allo spettacolo del suo tempo". E via così. Ma provateci voi a vivere a venti gradi sottozero.

In fondo Tesson è felice di questo isolamento: "Non c'è niente di più bello della solitudine. Per essere completamente felice mi manca solo una cosa: avere qualcuno a cui spiegarlo". Un giorno di giugno, però, "crolla tutto", quando la fidanzata lo lascia con un messaggio di cinque righe sul telefono satellitare. Perché il mondo là fuori ogni tanto viene a chiederti conto delle tue scelte, e allora ti accorgi che, forse, "essere felici significa sapere di esserlo".

Davide Musso

 

[Questo pezzo è uscito anche su Hounlibrointesta]

[Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

 

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