posta del cuore (letteraria)
Il senso di una fine
Il romanzo di Julian Barnes "è una potente riflessione sulla memoria", assicura Linda Fava.


Cara Fava,

ormai da un po' ho superato l'età della perdizione. Diciamo che sono entrata in quella della revisione (oltre che del burraco e delle cure termali). Di recente ho avuto la prova che quando si dice che la memoria inganna non è solo un modo di dire. È cominciato tutto su Facebook (sì, sono una di quelle irritanti sessantenni che taggano i nipotini nelle foto delle vacanze) quando mi ha chiesto l'amicizia un vecchio amico di Enzo, il mio fidanzato dell'università che mi piantò di punto in bianco dopo una relazione di tre anni spezzandomi il cuore, o almeno così ricordavo. Fino a che il suo amico di gioventù mi ha chiesto, con enfasi nostalgica su Fb, se anch'io mi sentivo ancora in colpa per quella volta. "Quella volta" nel mio cervello non faceva risuonare nulla. Gli ho estorto dettagli sul fantomatico episodio, e di colpo, come proveniente da un altro pianeta, si è srotolata nella mia memoria una pellicola rimossa: una sera del 1973, nella cornice di una festa di fine corso, su una tappezzeria stinta a fiori, io e questo tizio abbiamo tradito un amore e un amico, che ci ha beccato e mai perdonato. Non era stato Enzo a lasciarmi, ero io che avevo troncato con lui tormentata dal rimorso! La mia mente aveva scritto un finale alternativo che mi assolveva. Vorrei cercare Enzo e scusarmi, tentare di spiegare, ma ha senso costringerlo a rivangare i ricordi dolorosi di una vita fa?

Wanda
 

Cara Wanda,

ha senso solo se sei disposta a rimetterti in gioco tu, dopo tutto questo tempo. A rivederlo e aprire le gabbie a emozioni e ricordi rimasti congelati per anni in attesa di piombarti addosso più violenti che mai. Prima di cercarlo, ti consiglio di leggere Il senso di una fine, di Julian Barnes (Einaudi), la storia di un uomo che, quarant'anni dopo il suicidio di un amico, si ritrova quasi senza volerlo a indagare sulle ragioni di quella fine. E nel farlo incappa nell'amore di gioventù che era stata fidanzata con entrambi (con lui e subito dopo con Adrian, l'intellettuale precoce del gruppo e, va da sé, il suicida). Più che un romanzo avvincente - anche se nella seconda parte lo è, il finale ti tiene incollato, con trucchi più o meno leciti - è una potente riflessione sulla memoria, sul ruolo che hanno i ricordi nella costruzione della Storia e del mito, individuali e collettivi. È una lettura di un paio d'ore da cui si esce molto ammirati, leggermente inquietati e sentendosi un po' stupidi.

Tua,
Fava

2piccioni@gmail.com

 

[Ogni mese trovate la posta del cuore letteraria di Linda Fava anche su Terre di mezzo-street magazine]

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