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Di cosa parliamo quando parliamo di Englander
Storie quotidiane di amori e isicurezze, di vendette e perdoni, di conflitti con le proprie radici.

“Racconti le storie che hai, come meglio puoi” dice a un certo punto un personaggio di Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, l'ultimo libro di Nathan Englander, ed è proprio l’impressione che ti dà questo nuovo libro, scritto nell’arco di diversi anni (il precedente titolo dell’autore newyorkese, il suo primo e finora unico romanzo dopo una prima raccolta di racconti, è uscito nel 2007): una manciata di racconti narrati nel modo migliore possibile, che in questo caso significa a livelli davvero alti.

Il filo rosso che li lega è, in apparenza, quello della religione, o quantomeno quello dell’appartanenza al mondo ebraico, un ebraismo laico (più spesso) o ortodosso, con ambientazione americana o israeliana a seconda del pezzo. In realtà – bastano poche pagine per accorgersene – Englander ci parla semplicemente di uomini e donne che hanno paura “di aprire la porta e lasciar uscire quello che abbiamo chiuso dentro”, come sintetizza uno degli episodi più belli, il primo, che dà titolo alla raccolta e non a caso è uno dei più carveriani, se proprio vogliamo giocarci l’accostamento.

Ecco allora che in queste pagine si intrecciano storie quotidiane di amori e isicurezze, di crisi famigliari e spaesamenti, di ragazzini spaventati dal bullo della scuola (riduzione davvero ingenerosa del notevole “Come vendicammo i Blum”) di vendette e perdoni, di amori che finiscono, di conflitti con le proprie radici: “Voi volete verità e giustizia, volete incasellare tutto. Ma certe cose stanno nel mezzo Rabbi. Non sono né giuste né sbagliate. Solo naturali”.

Alle spalle di queste vicende si affaccia di tanto in tanto la Storia – l’Olocausto, il conflitto israelo-palestinese – ma sembra più che altro un fondale su cui sono cucite le vicende “piccole” che costruiscono quella Storia ogni giorno. Che è poi come dire che questo libro parla di noi, né più né meno, e lo fa in modo mirabile.

Davide Musso 

 

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