racconti
La stanza numero 15
Un racconto di Natale di Francesca Scotti e un'illustrazione di Mìss Salopette.

Nell'aria di natalizio non c'è nulla.
Il cielo è grigio, pioviggina e lungo la strada non incontro quasi nessuno. Solo un uomo nascosto da una mantella impermeabile attende che i suoi due terrier decorino il marciapiede.
Niente luminarie, nessuna vetrina addobbata. La zona dove ho trovato una stanza in affitto non è molto vitale: stabili prestigiosi e uffici si alternano per tutto l'isolato. Negozi pochi e, in ogni caso, oggi è tutto chiuso.

I tram sferragliano semivuoti, il cantiere per la costruzione di un autosilo sotterraneo che costeggio ogni mattina è deserto. Cemento, metallo e una voragine che comunica un freddo profondo. Se almeno nevicasse, qualcosa giustificherebbe tutto questo torpore. Invece da cielo cade solo pioggia inquinata che mi sporca gli occhiali.
Passo accanto a diversi portoni chiusi e per ognuno ho la stesse domande. Mi chiedo chi stia festeggiando, quali cibi stiano arrivando in tavola e come si siano vestiti i commensali. Oro, rosso, brillanti. Io sono di turno in Dermatologia, quindi per me i soliti jeans e maglione. Non mi dispiace lavorare il giorno di Natale, mi risparmia una giornata con una famiglia che non sento mia. E poi il 25 dicembre l'ospedale non è più triste di qualsiasi altro giorno. Anzi, c'è sempre uno specializzando che si preoccupa di portarmi qualche prelibatezza cucinata dalla madre che io, puntualmente, rovino scaldandola al microonde.
Oggi niente Pronto soccorso, mi tocca stare in reparto. Lo preferisco, sia chiaro: ricoverato in Dermatologia, il giorno di Natale, resta solo qualche anziano che non richiede particolari cure. Nipoti che scaricano nonni, figli che consegnano genitori. Persino qualche marito troppo arzillo per occuparsi del pannolone della moglie. La pelle di questi pazienti potrebbe starsene tranquillamente a casa, ma durante le feste va sempre a finire che qualcuno insista per farli ricoverare. Ieri mi ha chiamato il primario: "La paziente della 15 non ha praticamente niente, ma suo figlio mi ha chiesto di tenergliela fino a Santo Stefano. Trattala bene". Non so se detesti più il primario che accetta con naturalezza una richiesta del genere o il figlio che ci lascia sua madre. Forse posso permettermi di pensarla così perché io non ho genitori di cui dovermi occupare.
Esistono case di riposo in grado di accogliere gli anziani con un po' più di calore. Qui invece abbiamo giusto appeso due vecchie ghirlande intorno alla porta della sala d‘aspetto ed esposto un albero di Natale in pura plastica. Niente lucine colorate perché l'hanno scorso hanno causato un blackout in tutto il piano.

Mentre cammino guardo l'orologio. Sono in anticipo, ma fa freddo e decido di prendere il tram per l'ultimo tratto di strada. Il tempo di attesa stimato è di pochi minuti.
Mi metto sotto la pensilina, chiudo l'ombrello e mi godo l'acqua che rende poco nitida qualsiasi cosa. L'abitazione davanti alla fermata è splendida, non l'avevo mai notata. Ai piani alti ci sono dei terrazzi gonfi di piante. Persino qualche albero. Non alzo mai la testa quando giro per la città e ora mi rendo conto di essermi sempre persa qualcosa.

Il portone si schiude, ne esce un uomo anziano. Indossa solo un cardigan, niente per ripararsi dall'acqua. Probabilmente, penso, aspetta un ospite per farlo salire.
Invece si dirige verso destra, camminando incerto. Lo osservo allontanarsi, mischiarsi alla pioggia. Arriva all'incrocio, attraversa, ma poi torna verso di me guardando a terra per evitare le pozzanghere.
Quando arriva sotto la pensilina alza gli occhi e mi guarda: "Scusi, sa dirmi qual è via della Chiusa?" Lo chiede con timidezza, ha pochi denti sotto le labbra.
"È questa." Non faccio in tempo a mostrarmi stupita che il trillo del cellulare sepolto nella borsa mi distrae. L'uomo si allontana, dirigendosi verso l'incrocio opposto.
Sono i miei zii, chiameranno per gli auguri. Spero solo che il tram arrivi e mi costringa ad appendere.
"Ma no che non mi pesa lavorare oggi, anzi."
"Si, magari passo domani per un saluto."
"Ma certo che mangerò almeno una fetta di panettone."
Mia zia finge che le dispiaccia di non avermi con loro, ma in realtà so che la cosa la rasserena. Crede che io sia come mio padre, anche se non le ho mai dato motivi per pensarlo. Quando ero piccola giocavo spesso con mia cugina, e un giorno mi aveva detto: "Sai che la mamma quando vuole offendermi mi dice che sono come lo zio Carlo?" Carlo, ovviamente, era mio padre. A lui non lo avevo mai detto, ma temo lo sapesse. Da allora, comunque, non volli più passare il pomeriggio con lei.

La telefonata prosegue, ma le parole che ci diciamo servono solo a nasconderci: io sono distratta dai ricordi e lei si crogiola nella nostra distanza. Intanto scendo dal marciapiede e mi spingo verso il centro della strada sperando di intravedere il braccio elettrico del tram. Ma il grigio è troppo fitto.
In compenso, l'uomo anziano che qualche minuto fa era uscito dal portone sta tornando indietro. Deve aver attraversato di nuovo perché ora si trova sull'altro marciapiede.
Il cardigan è diventato più scuro, intriso d'acqua.
"Luca sta bene, vi fa gli auguri." Non ho ancora detto a mia zia che ci siamo lasciati: potrei farlo ora, ma le darei qualcosa di troppo gustoso per il pranzo di Natale. E poi sono incuriosita da quel tizio: supera il portone di casa e si dirige di nuovo verso il semaforo.
"Sto aspettando il tram per andare in ospedale, ma non arriva. Sulla pensilina c'era scritto cinque minuti. Sarà già passato un quarto d'ora." Sento di averla già annoiata con questa confidenza. "A presto zia, grazie." Ci facciamo gli auguri e mettiamo giù.
In effetti sono passati quasi venti minuti. L'attesa sta consumando il mio anticipo. Se aspetto ancora un po' rischio di arrivare in ritardo e la mia collega, che ha fatto la notte e ha due bimbi piccoli, potrebbe prendersela. Rassegnata apro l'ombrello e faccio qualche passo. Poi mi volto per accertarmi che il tram non stia arrivando proprio ora. Intravedo qualcosa di arancione in tutto quel bagnato. Eccolo.
Richiudo l'ombrello e aspetto. Guardo di nuovo quella palazzina lussuosa, il terrazzo, le piante cariche d'acqua. Le finestre sono decorate e sprigionano una luce calda e accogliente.
Il tram è quasi arrivato, cerco nella borsa il biglietto che come sempre sembra scomparso.
"Anche lei ha perso qualcosa?"
Alzo il viso di scatto. È di nuovo quell'uomo. Ha gli occhi fragili, come le chiare di un uovo poco cotto. Ma di un blu commovente. "No no, sto solo cercando il biglietto."
"Capisco" mi risponde rivolto altrove. "Il biglietto per cosa?".
Infilo le mani in tasca. "Trovato!" esclamo. Glielo mostro.
Lui resta impassibile. Non sorride. Non mi guarda. "Scusi, sa per caso qual è via della Chiusa?".
Sento il tram che si avvicina. Non so bene cosa rispondere. Una delle finestre illuminate si apre, una ragazzina bionda vestita di rosso si affaccia sbracciandosi: "Nonno!" grida. Le voci dei bambini sono penetranti.
Lui, come svegliatosi di soprassalto, guarda verso di lei. Prima che riesca a trattenerlo per il braccio si butta in mezzo alla strada per raggiungerla.

Anche se di corpi senza vita ne ho visti tanti non mi abituo mai.
Dallo stesso portone dal quale era uscito l'uomo appaiono uno dopo l'altro i suoi famigliari: le nipoti, qualche anziana che, nonostante la tragicità del momento, ha trovato il tempo di infilarsi la pelliccia. E poi quella che deve essere la moglie, seguita dai figli.

I pochi passeggeri del tram non hanno il coraggio di scendere. Mi avvicino all'autista che cammina stravolto: "Ho già chiamato l'ambulanza e i carabinieri".
Nessuno si avvicina al corpo, gli adulti tengono lontani i bambini.
Le sirene irrompono in un silenzio che forse è solo immaginario. La donna che credo sia la moglie mi si avvicina: "Era molto malato." Non capisco se lo dica per giustificare sé stessa o il destino.
La mia collega mi aspetta furente sulla porta dell'astanteria. Ha già su il piumino, la sciarpa e il cappello.
"Scusami, c'è stato un incidente."
Lei, senza mostrare il minimo interesse, mi supera.
"La cocca del primario per questo Natale è la signora Ines, buona fortuna!" dice, e se ne va.
Indosso il camice, gli zoccoli di gomma. Mi asciugo i capelli umidi con il telo che tengo nell'armadietto. Dovrei portarlo a casa e lavarlo, non ha un buon odore. Scrivo un sms a Luca per fargli sapere che sono arrivata e raccontargli quello che mi è appena successo. Ma poi lo cancello. Ci siamo lasciati, anche se è Natale e poco fa ho visto morire un uomo.
Controllo di avere tutto ciò che mi serve per il turno e mi dirigo verso la stanza numero 15.
Ines, seduta sul suo letto, mi sorride. Le sono rimasti solo due canini, ha pochi capelli di un bianco che tende all'azzurro. Indossa una vestaglia rossa, con sopra disegni natalizi. Devono avergliela comprata i suoi. Continua a fissarmi, e quello che inizialmente mi sembrava un sorriso si trasforma in un ghigno.
Questa donna non mi piace nemmeno un po', ma desidero che oggi, anche se lontana dai suoi cari, si senta al sicuro.
Mi avvicino, le accarezzo la mano.
"Buongiorno signora Ines" le dico allegra. "Oggi festeggia con noi."

 

Testo © Francesca Scotti
Illustrazione © Mìss Salopette

Francesca Scotti è nata nel 1981 a Milano, dove si è laureata in Giurisprudenza. Diplomata in Conservatorio, suona il violoncello e si interessa di cultura orientale. Attualmente vive tra l'Italia e il Giappone.

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic PeQuod), con cui ha vinto il Premio Fucini 2011.

Cura la rubrica "Fra le righe" sul blog Hounlibrointesta.
Il suo sito è qualcosadismile.it
 

A marzo 2013 Terre di mezzo Editore pubblicherà il suo nuovo libro L'origine della distanza.

 

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