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Agosto, ottobre
La scoperta del proibito e un gesto efferato da dimenticare: ecco il romanzo di iniziazione Andrés Barba.

Il sole caldo, il sapore del sale che taglia le labbra.

E i bambini vocianti, i venditori di coccobello, i panini alla sabbia, le vespe come kamikaze, la crema solare protezione cinquanta da spalmarti addosso prima di rifugiarti all'ombra di quell'unico striminzito pino marittimo che, a guardarlo bene, in realtà sembra più un cespuglio di rosmarino sotto al quale - forse - riuscirai a rintanarti strisciando.

Io il mare lo odio.

Mi viene l'orticaria solo a pensarci, non posso farne a meno. Eppure ogni anno la mia famiglia mi costringe a questo supplizio.

Lo so cosa state pensando, quindi facciamola breve, ok?

Dev'essere un retaggio - o forse un trauma - di quand'ero ragazzino e passavo le mie vacanze da solo, sulla spiaggia, a scavare buche tra le file di ombrelloni, mentre la mia sorellina diventava amica di tutto lo stabilimento.

Chissà cosa sarebbe accaduto, mi sono chiesto quest'estate sul bagnasciuga (d'accordo: nella pineta retrostante), se nella mia vita avessi incontrato i personaggi di Agosto, ottobre di Andrés Barba (qui la videointervista  realizzata da Serena Bellinello). Il romanzo è breve e si legge d'un fiato, e potrei anche rimandarvi alla scheda sul sito, ma non sarebbe carino: come qualcun altro di mia conoscenza, Tomás trascorre sempre le vacanze al mare nella casa dei genitori, ma quest'anno, piombato nel buco nero dell'adolescenza, abbandonerà i soliti e spocchiosi amici di sempre, figli di altri villeggianti, per unirsi a una banda di ragazzini che vivono dalle parti della foce, cioè nella "zona proibita":

"Una zona di case molto basse, squadrate come scatoloni impilati accanto a un container - «tutta questa gente, da qui, dovrebbero cacciarla.» (Mamma) - ricordava quelle immagini, alcune immobili, altre in movimento, come se passandoci accanto qualcosa in loro si liquefacesse, tre uomini che chiacchieravano davanti a una porta, vari bambini, furgoni mezzo scassati, un che di triste e di sfinito, ma anche violento, pur non essendovi in quel luogo alcun segno tangibile di violenza - «e dove vorresti metterli? Non fanno male a nessuno.» (Papà) - si diceva che da lì venisse o lì approdasse tutta la droga, ma anche la droga era un luogo lontano, un fatto difficile da immaginare, un elemento verticale che incombeva sull'orizzontalità schiacciata di quelle case, come se la droga vi cadesse dal cielo a mo' di pioggia sulfurea".

Ovviamente i tipi e le tipe della banda sono molto più interessanti degli altri: "Non dovevano avere più di quattordici anni, ma erano più vecchi di lui, vecchi come pesci fossili, come la sopravvivenza, come la tortura e l'abbandono".

Bastano poche righe per capire che uno dei pregi di Barba è la lingua: così essenziale, a tratti scarna, fredda. Perfetta per una storia di iniziazione dura come questa, di scoperta del proibito, del sesso, di ricerca d'identità e accettazione fino al superamento del limite, non importa se con un gesto efferato e imperdonabile - e un finale inatteso che riscatta la trama a volte un po' prevedibile. Da leggere. Magari all'ombra.


Davide Musso

 

[Questo pezzo è uscito anche su Hounlibrointesta]

[Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

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