racconti
Tetrapak
La provincia veneta, due amici, la vita di mezzo. Un racconto di Marco Aurelio Moro.

  

Le confezioni in tetrapak dei succhi di frutta non esplodono più come una volta, sotto i piedi dei bambini in grembiule, nel cortile delle elementari "G. Carducci" di Guado di Piave, con la statale rombante di camion oltre la siepe che puzzava del loro diesel, mentre sui gradini bianchi dell'ingresso le maestre fumavano una sigaretta dietro l'altra dicendo quanto fossero deluse dai loro figli. Quella che si lamentava più di tutte si chiamava Lucia, e io ero il suo preferito, almeno nella nostra classe. In quinta mi diceva sempre Tu sì, Tobia, tu sì che sei bravo, altro che quello zuccone di mio figlio, che in prima media non mette ancora le acca al posto giusto.

Due anni dopo, il primo giorno di scuola, ti ho incontrato in classe mia: l'anno prima ti avevano bocciato, e ti hanno messo subito di fianco a me perché ti facessi stare attento. Ancora prima di sapere che ti chiamavi Enea, quel nome così strano che la maestra Lucia mi aveva detto più di una volta, ho capito chi eri, perché di lei avevi i capelli neri e scuri e ricci, le dita lunghe, e anche il naso, sottile e perfetto.

Non c'erano più camion che sfrecciavano fuori dalla scuola, che adesso si chiamava "P. Bembo", e nessuno avrebbe osato origliare, da dietro le loro sigarette, le lamentele dei professori sparpagliati per il cortile; nemmeno i botti dei succhi erano più così tanti, ed era un vero peccato, perché in un anno di medie ero diventato un campione di scoppio del succo, recuperando i cinque di elementari che avevo passato ad ascoltare tua madre lamentarsi di te, quando non era impegnata nelle sue spedizioni punitive contro le orecchie di chi, aspettando il momento in cui non passasse un camion, gonfiava i tetrapak e ci saltava sopra facendo rimbombare tutti i muri di cemento armato della Carducci.

Un giorno di inizio ottobre me ne stavo in cortile col mio succo, sotto un pino marittimo. Ti ho sorriso da lontano. Tu mi sei corso vicino, ma poi hai detto "Sei matto? Buttalo via!"
"Perché?", ti ho chiesto.
"Vuoi che mi vedano con uno che beve il succo? Ma non lo sai che è da sfigati?", hai detto fissandomi con i tuoi occhi di ebano, e allora l'ho svuotato, ho aperto le quattro alette di cartone e ho iniziato a gonfiarlo, ma tu hai detto «Smettila". Mi sono bloccato con le guance a pesce palla, e le sopracciglia all'ingiù.
"Questo sì che si sente", hai continuato, mostrandomi un piccolo cilindro giallo, con la testa che sembrava cera, e una scritta nera sul fianco. Mi hai afferrato il braccio, io ho lasciato cadere il cartone sui lunghi aghi secchi ai piedi del pino.
"Aspetta", ti ho detto, "bisogna buttarla nel cestino", ma tu mi hai strattonato, e siamo finiti dietro il parcheggio delle biciclette, sotto il muro di due metri che separava il cortile dal campo di calcio. Hai preso una scatoletta dalla tasca, e la testa del cilindro si è illuminata di colpo. È scoppiato in aria, appena superato il culmine del muro, e noi eravamo già in mezzo al cortile e c'era odore di fiammiferi misto ad un altro che ancora non conoscevo, e la campanella è suonata in quel momento, e tu ridevi e correvi e io ti tenevo il braccio, e tu mi lasciavi fare.
A novembre ci hanno spostati, perché invece di farti stare attento ero stato io ad imparare da te che odore ha la polvere da sparo. Ti hanno bocciato un'altra volta, e io ci sono andato vicino. L'anno dopo, la maestra Lucia ti ha mandato in una scuola privata, e non ti ho più rivisto.

Dieci anni fa nessuno poteva immaginare che qui, a Guado di Piave, qualcuno avrebbe avuto il coraggio di aprire un locale come questo. Ancora più difficile era immaginare chi ci sarebbe venuto. Quando Dario, la settimana scorsa, me ne ha parlato la prima volta mi sono immaginato un branco di quarantenni repressi in cerca di carne fresca, o estimatori del campagnolo verace in trasferta da Mestre o Padova. Invece nel parcheggio, stasera, noto almeno tre auto che conosco. Sto per risalire in macchina, e scrivere a Dario che sto male, ma lui esce dall'ingresso; gli sorrido, rimetto in tasca il telefono e le chiavi, e lo seguo qui dentro.
"Gin, vodka o rum?", mi fa lui. Ci prova sempre, anche se sa che non reggo l'alcol e che dopo devo guidare. 
"Un succo", gli dico.
"Non so se ce li hanno, qui", dice Dario, ma va lo stesso al banco, piantandomi in mezzo al locale illuminato da luci ultraviolette. Solo al banco ci sono delle lampade a incandescenza, ed è sotto a quelle che mi sembra di vederti. Sei di spalle, ma i tuoi capelli sono rimasti gli stessi, ricci e voluminosi, neri come il catrame. Poi ti passi una mano sulla nuca e le tue dita mi tolgono ogni dubbio. Enea Tonello. Bisbigliare il tuo nome mi provoca un brivido incontrollabile. Che ci fai qui? Sai che posto è questo? Sai cosa c'è al piano di sopra? Ci sei già stato? Rivedo improvvisamente la foto di tua madre appesa alla vetrina del panificio, lei sorride anche se è appena morta; un ricordo di tre anni fa, l'ultima volta che ho pensato a te.
Dario arriva con in mano quattro bicchieri di plastica sudaticci e dal contenuto opaco.
"Succhi ne hanno solo in tetrapak", mi dice.
"Ah", mugugno distratto, "beh, se ci sono solo quelli...".
"Tanto li useranno solo per i cocktail che piacciono tanto alle froce di città", dice Dario scheccando di proposito, "e poi lo sai che le bottigliette noi le usiamo per altre cose", e quando vede che non rido fa spallucce e porta da bere ai suoi amici, seduti vicino alle scale per la dark room, dove ad uno ad uno spariranno quasi tutti nel corso della serata.

Io invece mi siedo. Tu sei a due sgabelli da me, guardi dentro una birra media quasi vuota. Ti sta bene la barbetta, e anche quell'aria corrucciata con cui alzi rapidamente gli occhi verso lo specchio di fronte a te per controllare chi entra.
"Che succhi hai?", chiedo al barista, e lui sciorina tutto l'elenco con la testa infilata nel frigo sotto il banco. Certe raffinatezze non esistevano negli anni 90, o almeno non a Guado: Ace, Mela verde, Arancia rossa.
"Pesca, grazie", gli dico appena riemerge. La musica che si alza di colpo copre le risate degli amici di Dario, e tu stai decidendo se mandare giù il fondo del bicchiere che hai davanti.

Aspiro il più rumorosamente possibile le ultime gocce dal fondo del cartone andandole a pescare con la cannuccia nello spigolo più lontano, ma tu non ti volti. Quando è rimasta solo l'aria, mi metto a fissarti. Sto per chiamarti, Enea; sì, ti chiamerò appena sarò salito con tutto il mio peso su questo tetrapak, se non sarà il botto a farti girare. Ma quanto sarebbe bello se tu ti voltassi adesso, e mi vedessi con la cannuccia in bocca, le guance a pesce palla, gli occhi spalancati, le sopracciglia all'ingiù, mentre soffio dentro questa confezione vuota con le quattro alette aperte, anche se non si gonfia più come quella sotto il pino marittimo nel cortile delle medie. E poi... Qui fuori sono tutti capannoni, e la metà è sempre stata vuota: in tasca te lo porti ancora, qualche petardo?

 

© Marco Aurelio Moro 

È nato a Treviso nel 1983, ma abita a Mestre da cinque anni. Insegna italiano a stranieri tra Padova e Venezia, legge contatori del metano e consegna le relative bollette per la gioia degli abitanti di Maserada sul Piave. Sta cercando un modo per entrare come insegnante nel dedalo burocratico della scuola pubblica. Ha scritto poesie che in pochi hanno letto, ma ha smesso tre anni fa. Poi, invece, ha iniziato a scrivere racconti.

© foto brixton 21

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