nero su bianco, le interviste come una volta
La vita dopo il disastro
Un libro e una mostra raccontano i lavoratori della centrale atomica di Fukushima dopo l'incidente nucleare del 2011. Francesca Scotti intervista in esclusiva il fotografo Kazuma Obara.



di Francesca Scotti

 

Lentamente, ma sicuramente, mi sto contaminando.

Satoshi Kurita, 35 anni
Dicembre 2011

 

Sto rincasando all'imbrunire, Kyoto a quest'ora ha colori sempre diversi. La gente, invece, fluisce senza variazioni e mai nessuno cerca il mio sguardo. Ferma al semaforo però incrocio due occhi che da soli raccontano più di una storia. Sono di un uomo giapponese che non deve avere più di 35 anni. È la locandina di una mostra fotografica, Beyond Fukushima. Questa sera non posso fermarmi ma domani, all'apertura, sarò davanti a quell'ingresso.

*

È una tranquilla mattina estiva e io cammino per i corridoi della Little House Gallery che ospita l'esposizione. Osservo 27 volti, 27 sguardi. Leggo 27 interviste che il fotoreporter Kazuma Obara ha fatto agli uomini che, silenziosamente, dopo l'incidente nucleare di Fukushima dell'11 marzo 2011, sono diventati i lavoratori della centrale per gestire l'emergenza e svolgere le mansioni di manutenzione straordinaria conseguenti all'incidente.

 

Qualcuno deve farlo e quindi perché quel qualcuno non dovrei essere io?

Kazuhiro Arasawa, 31 anni
Dicembre  2011

 

Uomini che hanno messo a disposizione le loro forze e la loro vita per consentire al Giappone di sopravvivere.

 

È una strana sensazione entrare nel reattore.
I ciliegi fioriscono e gli uccelli volano alto mentre tu ti nascondi dietro una maschera.

Katsuhiro Akimoto, 39 anni
Dicembre 2011

 

Il fotografo, Kazuma Obara, è un ragazzo di 27 anni, minuto ma con una grande e splendida energia. Parla con i visitatori, firma le copie del libro che raccoglie le sue foto e consegna a ogni ospite le interviste ai lavoratori accuratamente rilegate. Sia il libro sia le parole degli operai sono disponibili anche in inglese e quindi non me ne perdo una.

 

Sapevo che i livelli di radiazione erano alti, ma ho già 55 anni, e i miei figli sono grandi, quindi ho pensato toccasse a me.

Terumitsu Shiraiwa, 55 anni
Gennaio 2012

Kazuma cammina tra i volti degli uomini ai quali ha dato voce. Si muove tra le loro vite sulle note di Satie.
Sento il bisogno di avvicinarmi a lui. "Le immagini sul disastro di Fukushima non sono certo mancate nemmeno in Italia" gli dico. "La catastrofe, il dolore, la paura". Lui abbassa gli occhi. "Ma le tue foto, nella loro pulizia e vitalità sono le più drammatiche che abbia mai visto". Annuisce. Vorrei sapere molto da lui. Ma la mostra è piena di gente e preferisco chiedergli un incontro in un altro momento. È disponibile e generoso e mi dà appuntamento per il prossimo venerdì.

Nei giorni che mi separano dalla nostra chiacchierata mi appunto infinite domande, guardo e riguardo il suo libro. Poi penso che la cosa migliore sia seguire un flusso, lasciare che le mie parole nascano dalle sue.

*

Quando arrivo alla Little House lui è già lì. Ha portato del tè d'orzo tostato, la tipica bevanda fredda dell'estate giapponese. Ne beviamo un bicchiere e poi cominciamo a parlare.
La mostra aprirà fra qualche ora e quindi siamo soli. Soli insieme a tutti quegli sguardi dei quali, per fortuna, è impossibile scordarsi.

Cosa stavi facendo quando c'è stata la prima scossa?

Stavo lavorando a Kyoto, in un istituto finanziario.
Il mio migliore amico è originario di Miyagi [prefettura vicino a Fukushima colpita in modo drammatico dallo tsunami, NdR] e, anche se lui personalmente non ci viveva più, la sua famiglia si trovava ancora nella zona colpita: questo primo pensiero mi ha molto turbato. In più ero da poco stato in visita da loro con la mia famiglia, così ho deciso di partire subito per dare il mio contributo nella zona critica.

E con il lavoro come hai fatto?

Avrei voluto beneficiare della possibilità che molte imprese giapponesi riconoscevano ai propri dipendenti, ovvero aderire al programma di volontariato nelle zone colpite e andare in Tohoku senza dover perdere il mio lavoro - per ovvie questioni economiche. Quando ho fatto richiesta però era marzo, periodo critico per le attività finanziarie di cui mi occupavo. Il mio capo mi ha risposto che non avrebbero potuto fare a meno di me, così, per poter partire, ho dovuto dare le dimissioni.
La prima visita alla centrale però l'ho fatta il 9 luglio del 2011. Dall'11 marzo al 9 luglio invece mi sono dedicato a fotografare le zone costiere colpite dallo tsunami.

Quando hai iniziato a scattare le foto avevi già in mente un progetto o si è definito immagine dopo immagine?

Desideravo arrivare ai lavoratori. Mi sono reso conto che le immagini che circolavano della catastrofe raggiungevano le persone lontane dalle zone colpite solo fino a un certo punto. Riuscivano a dimenticarsene. E invece delle persone, dei loro volti dopo averli guardati dritti negli occhi, aver ascoltato le loro frasi, è più complesso scordarsi. Tu li guardi e loro ti guardano. Ho scelto di rappresentarli all'esterno della centrale, non con abiti da lavoro. Volevo rappresentarli in modo che risultassero estremamente reali, le loro esistenze palpabili. Desidero, per come posso, occuparmi di loro, dar loro voce e non lasciarli nell'invisibilità.

Quali difficoltà hai dovuto superare per raccogliere le interviste e ritrarre i lavoratori?

Ho incontrato cento lavoratori, non tutti si sono resi disponibili a partecipare. Alcuni temevano che sarebbero stati licenziati. In quel periodo c'era una sorta di catena di società impegnate nella centrale. Il primo anello era la Tepco, poi la Toshiba e poi a scendere fino ai livelli più bassi. Paradossalmente era più semplice parlare e ottenere dichiarazioni dai lavoratori di livello più elevato perché erano stati istruiti su come gestire la comunicazione all'esterno. Ad esempio, Rensui Tsubai, il lavoratore più giovane che ho intervistato di soli 18 anni, era molto preoccupato di dire cose sbagliate o non divulgabili.

Il pericolo delle radiazioni è un pericolo invisibile. Come lo rappresenteresti?

Con la foto del volto di un lavoratore, ritratto anno dopo anno.

Che rischio incontrano i lavoratori oggi? Quanta consapevolezza c'è?

Molti di questi operai prima erano impiegati in altri settori e quindi non sapevano nulla del tipo di lavoro che avrebbero dovuto affrontare. Parecchie informazioni sui rischi le hanno ottenute autonomamente cercandole su internet. Watanabe, ad esempio, per colpa dello tsunami ha perso il lavoro, e come unica alternativa aveva quella di lavorare per quella stessa centrale che gli ha rovinato la vita. Endo si occupava di  tessile e mi ha raccontato che la prima volta in cui ha varcato la soglia della centrale aveva moltissima paura. Poi, giorno dopo giorno, ha smesso di farci caso.
Per quanto riguarda i controlli sulla loro salute, fino al dicembre 2011 i lavoratori venivano sottoposti mensilmente a un esame completo. Dopo che il primo ministro Noda ha annunciato che lo spegnimento del reattore è avvenuto con successo i controlli sono stati fissati solo ogni tre mesi. Intanto però alcuni di loro si riposano a 200 metri dal reattore dove le radiazioni sono 100 volte superiori alla media. Questi uomini si rimettono alle valutazioni dei dottori e se vengono rassicurati sul livello di radioattività lo accettano, anche perché non hanno strumenti per fare diversamente.

Quando hai incontrato i lavoratori hai anche avuto modo di seguirli nella loro attività?

Ho partecipato a un giorno di lavoro degli operai ed è stata un'esperienza estenuante: si comincia alle 7 del mattino, ci si prepara indossando tuta, maschera, un paio di guanti di cotone e uno di plastica, due paia di calze. Lo spazio tra la tuta e la maschera viene coperto con del nastro isolante. Dopo 20 minuti che la indossavo ho sentito male al naso e faticavo a respirare. Dopo 30 minuti il lato sinistro della testa era indolenzito. Forse avevo stretto troppo la maschera per paura che l'aria entrasse. Dopo un'ora avrei voluto togliera, il dolore era insopportabile.
Alla fine del turno i lavoratori spesso aspettano in coda i controlli anche per mezz'ora ma sono tutti così stanchi che qualcuno chiede agli addetti semplicemente di fare in fretta.

Continui a seguirli?

Sono grato ai lavoratori perché senza di loro non potremmo vivere in Giappone. La centrale non avrebbe retto e il paese sarebbe stato contaminato. Vorrei seguirli fino a quando tutto sarà finito, anche se so che prima di trenta o quarant'anni questo non si potrà nemmeno immaginare. Solo che più passa il tempo più è complicato parlare con loro perché la situazione non sta migliorando. La mancanza di fonti indipendenti, in grado di dare voce anche ai lavoratori, è un problema. Se dovesse arrivare un'istituzione pronta ad ascoltarli e far sì che non ci si dimentichi di loro allora sarei soddisfatto e mi farei da parte.

Ti aspetti un cambiamento nella politica nucleare del Giappone?

Sono preoccupato per il futuro, non mi aspetto grandi miglioramenti per quanto riguarda la posizione del Giappone sul nucleare per una ventina d'anni. In più, ho appreso che il Giappone ha stretto accordi di collaborazione con altri paesi per la gestione delle centrali nucleari: tecnici giapponesi andranno in Vietnam a costruire impianti e tecnici vietnamiti verranno in Giappone, magari anche a Fukushima. Lo trovo ingiusto. Noi abbiamo generato questo problema e noi dobbiamo risolverlo, non è corretto far ricadere i nostri errori su altri paesi del mondo.

Che riscontri hanno avuto la tua mostra e il tuo libro da parte dei quotidiani e della società giapponese?

Sui quotidiani giapponesi non è apparso praticamente nulla. Il 2 agosto 2011 è uscito un articolo sul Guardian con alcune foto e ha sollevato l'interesse di altri paesi europei. Per quanto riguarda il libro l'ho proposto a 5 editori giapponesi che lo hanno rifiutato, dicendomi che non avrebbe venduto.

In che città hai portato la tua mostra?

La mostra, che è stata il mese scorso a Parigi, e a marzo a Osaka, è stata a Nagoya, Tokyo e negli Stati Uniti e si muoverà ancora sia per il Giappone sia per l'Europa probabilmente.

Hai nuovi progetti?

Desidero concentrarmi sui bambini di Fukushima ma non solo sui figli dei lavoratori. Vorrei incontrarne cento e fare loro ritratti e interviste. So che si tratta di un progetto ambizioso e complicato da realizzare. La situazione è molto delicata ma trovo sia fondamentale ascoltare la loro voce. Questi bimbi hanno visto le loro aspettative per il futuro cambiare radicalmente e gli adulti ora devono ascoltarli.

 

Foto:

© Francesca Scotti
© Kazuma Obara

Francesca Scotti è nata nel 1981 a Milano, dove si è laureata in Giurisprudenza. Diplomata in Conservatorio, suona il violoncello e si interessa di cultura orientale. Attualmente vive tra l'Italia e Kyoto, in Giappone.

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic PeQuod), con cui ha vinto il Premio Fucini 2011.

Cura la rubrica "Fra le righe" sul blog Hounlibrointesta.
Il suo sito è qualcosadismile.it
 

 

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