nero su bianco, le interviste come una volta
Fuego
"La lotta alla mafia è innanzitutto un fenomeno culturale: bisogna parlare e raccontare". Intervista a Giuseppe Catozzella.

Inchiesta e romanzo si fondono in maniera inscindibile nei libri di Giuseppe Catozzella, 36 anni, giornalista esperto di criminalità organizzata ed editor: dall'esordio con Espianti per Transeuropa, ad Alveare, pubblicato da Rizzoli e incentrato sulla ramificazione tentacolare della 'ndrangheta a Milano e in Lombardia, fino al recente Fuego, un "corto" elettronico uscito nella collana digitale Zoom di Feltrinelli.

Nei libri che hai scritto finora hai sempre coniugato fiction (e a volte, parrebbe, autofiction o autobiografismo) e inchiesta giornalistica. Come sei arrivato a questa scelta, e perché?

La scelta in realtà non c'è stata, finora è stato il mio approccio naturale alla narrativa. Ho sempre creduto che la letteratura si debba occupare anche dei buchi neri, delle questioni spinose e spinosissime, che possa in alcuni casi servire per aprire consapevolezza nel lettore e anche dibattito pubblico. Con i mezzi della letteratura, però, che si specchia nell'universale, non nel piccolissimo e nel particolare come fa la cronaca. Finora questa è stata la strada che ho quasi senza volere imboccato. Ho scelto di raccontare storie oscure e nascoste, crudissime ma soprattutto reali, verissime. Forse troppo vere e troppo vicine.

In Fuego racconti un fatto molto grave: la prima volta che la criminalità organizzata colpisce direttamente l'amministrazione pubblica a Milano. Com'è nata la cosa, e quali conseguenze ha avuto? 

È la prima volta che la mafia colpisce un'amministrazione pubblica del Nord Italia. Il fatto - di nuovo, reale - che racconto in Fuego (cercando però di innalzarlo, di renderlo per quanto possibile universale) è il più grave incendio doloso di una cosca di 'ndrangheta a Milano, città in cui in pochi mesi si sono registrati quasi 200 episodi di questo tipo. Una cosca, estromessa dalla gestione di un grande centro sportivo comunale perché trovata invischiata in un'altra inchiesta di mafia molto grave, ha semplicemente deciso di mettere a fuoco l'intera struttura. Con la conseguenza che a tutt'oggi, dopo mesi dall'accaduto, il centro sportivo Iseo è il più grande monumento milanese all'aggressività e alla violenza della mafia.

A un certo punto del testo, una donna ti chiede se hai paura: di essere "controllato" e seguito in tutte le tue presentazioni, ma anche se hai paura "che Milano brucia e nessuno fa niente". Tu rispondi di sì: raccontami meglio questo aspetto del tuo lavoro di scrittore, il tuo rapporto con la paura. Hai ricevuto intimidazioni? Davvero vieni monitorato quando presenti i tuoi libri? 

Sì, purtroppo è così. È capitato che quando ho presentato il libro a Milano e hinterland ci fossero uomini delle cosche. Ogni volta naturalmente la cosa è stata riportata alle forze dell'ordine. Io non so più cosa fare: l'ho detto centinaia di volte, l'ho scritto nero su bianco in un libro e non mi stanco di riperterlo, ma la presenza della 'ndrangheta sul territorio lombardo è impressionante, è molto più pervasiva di quanto ci si immagini. L'altro giorno è stato chiuso uno bar storico di piazza Diaz, dove chiunque viva a Milano è per lo meno entrato una volta nella vita. Ma non è che quel locale era della 'ndrangheta, è che quello è stato sequestrato. Quasi tutti sono della 'ndrangheta. Soprattutto in periodi come questo di crisi economica, la gente è portata a vendere attività commerciali. E chi ha oggi il denaro per aprire, nei centri storici delle città italiane?

Già in Alveare sottolineavi che chi vende coca a Milano (e in Lombardia), controlla anche la movimentazione terra, ha i tentacoli in mille appalti, gestisce catene di ristoranti e via di questo passo. Come se ne esce? E cosa può fare un "semplice" cittadino per non essere complice? 

Quello che possiamo fare è tanto semplice quanto banalmente complicatissimo, perché va a toccare alcuni dei cardini del "carattere" dell'italiano. Innanzittutto: la denuncia, davanti a episodi di cui si è a conoscenza occorre denunciare. Poi, pretendere legalità (dallo scontrino agli appalti). Poi, e questo ovviamente per gli attori economici, non cedere o non prestarsi ai giochi delle cosche, che spesso risolvono enormi problemi del tessuto economico. La lotta alla mafia è innanzitutto un fenomeno culturale. Parlare, parlare; raccontare, raccontare. Come mi è capitato di scrivere di recente: far vergognare la furbizia, l'arroganza, la violenza.

Come, quando, dove scrivi? Tra l'altro, lavori come junior editor di narrativa italiana, quindi tutti i giorni hai a che fare con le parole degli altri: questo non ti crea dei cortocircuiti?

Scrivo la sera e nei fine settimana, nei momenti "vuoti" della giornata mi scrivo in testa le storie che poi racconterò. Il cortocircuito con il mio lavoro è legato al tempo: dedico le ore di luce alle storie degli altri. Ma non hai idea di quanto si impari, anche come autore, dalle storie degli altri, sia da quelle bellissime e memorabili a cui capita di avere il privilegio di lavorare, sia da quelle meno riuscite, che non saranno selezionate per la pubblicazione. Credo che ognuno dei due lavori - quello di autore e quello di editor - aiuti sinceramente l'altro. Avere un approccio da autore con gli autori aiuta a stabilire un feeling che altrimenti secondo me difficilemente si instaura. E guardare con occhio da editor il lavoro degli altri serve molto come autore.

Cosa stai scrivendo attualmente?

Sto lavorando al mio prossimo romanzo. Una storia incredibile e fortissima, a cui tengo molto.

 

Intervista di Davide Musso

 

[Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

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