racconti
La spesa
Nuova puntata con il laboratorio di scrittura di Paolo Cognetti. Ecco il racconto di Elena Orlandi.

Oggi ho messo piede fuori casa; il sole iniziava già a specchiarsi nella televisione. Mi ha chiamato Agnese, mi ha detto: «Dai accompagnami a fare spesa, che stasera ho Franco a cena. Così facciamo due chiacchiere».

Nello stomaco una fetta di pane abbrustolita per rimediare allo stantio, la tazzona di caffè ancora calda sul tavolo di marmo, io abbandonata su una delle sedie impagliate che mi pungono la pelle.

Faccio appena in tempo ad aprire il cancello che dà sulla strada e Agnese mi mette in mano la lista: «Dimentico sempre qualcosa». Abita dall'altra parte della città, non c'è motivo perché venga al supermercato sotto casa mia, ma riesce a comportarsi come fosse normale. «Voglio fare fave e carciofi con la pancetta, ti ricordi? Come quelli che abbiamo mangiato per il tuo compleanno quand'eravamo tutti assieme l'anno scorso.» Si accorge in ritardo dell'errore fatto, lascia cadere l'argomento.

La porta scorrevole si apre lenta e uno sbuffo d'aria gelida mi investe. La felpina grigia che mi sono buttata sulle spalle prima di uscire mi pare fatta di carta velina. Tutto sembra brillare innaturale: i peperoni gialli e rossi lucidati a specchio, le fette di prosciutto cotto nelle vaschette, le guance delle commesse al reparto gastronomia.

Fave e carciofi, Agnese li vuole freschi: «è la loro stagione.» Io invece ormai li compro solo surgelati, se li compro. Tutto quel lavoro mi sfianca. Le fave: aprire il baccello, staccarle una a una, togliere la buccia partendo dall'occhiello. I carciofi: sfrondare le foglie esterne più dure, eliminare le spine, tagliare la barba. Un amore per le cose che non ho più da quando in cucina mi muovo da sola.

Lui vestito di verde marcio esce per andare a pescare e torna con i gamberi di fiume e un mazzolino per il mio sorriso. Con le gambe raccolte sotto di me sul divano e una ciotola gigante in grembo, tolgo testa e coda ai fagiolini. Voglio provare a fare le linguine secondo la ricetta di mia madre. Esperimento riuscito, ma non le mangio più. Non mangio quasi più niente in realtà.

«Una fetta di pancetta affumicata tagliata spessa.» Mastico le parole e devo ripetere, mentre il nervoso mi riempie di acido lo stomaco.

Mi infila l'indice nell'ombelico, e anche se mi ha sempre dato fastidio lo lascio fare; con le altre tre dita accarezza svagato lo sporgere della mia pancia. Le lenzuola stropicciate attorno a noi, la mia mano tra i suoi capelli ricci. E poi ancora un bacio, «l'ultimo lo giuro e poi ci alziamo». La torta al limone attende paziente sul tavolo della cucina, il bianco dello zucchero a velo scompare a poco a poco.

Passiamo di fianco alle casse di scalogni, Agnese ne afferra un mazzo. Pelle oro e volute rosate, umore agro che chiama il pianto.

I vasetti di vetro aspettavano ordinati, i coperchi con la chiusura di metallo a molla abbandonati all'indietro. Bulbi violacei bagnati con l'aceto, aggiunta di peperoncino e chiodi di garofano. Gli antichi romani li consideravano afrodisiaci, ma ormai hanno riposato troppo nelle loro culle trasparenti. Com'è arrivato se n'è andato, una primavera fa. Neanche una parola, mentre io mi accartocciavo come una cipolla secca e cattiva rotolata in un angolo e dimenticata.

Nella lista di Agnese c'è anche il dado, pacchettino di sapori concentrati da aggiungere ai piatti sciapi. «Sono abituata, e lo so che fa male» dice lei. Non è questo. Quando ancora cucinavo e non chiamavo una pizza da lasciar raffreddare sui fornelli, il dado non lo usavo. La superbia mi faceva credere che i miei piatti non ne avessero bisogno; convinta di conoscere la ricetta perfetta, di saper amalgamare gli ingredienti con grazia e sapienza, di dominare l'arte della cucina, atto d'amore sopraffino.

Agguanto una confezione Knorr Vegetale 10 dadi e sono arrivata in fondo alla lista. Agnese è di nuovo persa tra creme e belletti, certa che il diversivo mi abbia sollevato il morale. Con le braccia incrociate sotto la spesa strascico i piedi verso la coda e sogno il letto.

Alla cassa afferro una barretta di cioccolato fondente e nocciole intere.

 

© Elena Orlandi

 

Elena Orlandi (Bologna, 1979) vive a Milano dove lavora come editor di libri per ragazzi. Appassionata di fumetti, scrive recensioni per Lo Spazio Bianco (www.lospaziobianco.it). Nel 2011 è stata ammessa alla Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Continua a lavorare al suo primo romanzo.

 

[foto: Polycart]

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