nero su bianco, le interviste come una volta
Dopo il miracolo resta il mistero
"Non ci si libera mai dall'essere umani, il che comporta il bisogno di affidarsi almeno in parte al mistero che domina la nostra esistenza". Intervista ad Alessandro Zaccuri.

Il nuovo romanzo di Alessandro Zaccuri (Dopo il miracolo, Mondadori) è un libro sul mistero, eppure non è un giallo. Ambientato in un paese sull'appennino, ruota attorno a un inspiegabile suicidio e al locale seminario della Vrezza, dove uno dei tre sacerdoti che mandano avanti la struttura si nasconde: don Alberto, brillante teologo che considera arretrate le posizioni di Giovanni Paolo II (“… il dubbio non è mai un peccato”) è fuggito dal passato che lo perseguita da quando a Roma avrebbe, nientemeno, resuscitato una bambina. Proprio lui, che ai miracoli non crede. Ed è la madre della rediviva, ex sessantottina oggi fanatica religiosa, a condurre alla Vrezza una folla di fedeli con l’intento di stanare il “santo”. 
Un libro sul mistero, si diceva, ma è il mistero più profondo ad agitare le pagine di Zaccuri: perché si vive e, soprattutto, perché si muore, se esiste una salvezza e per chi, e come. 

Nel tuo libro, dopo il miracolo niente è più uguale a prima: cosa sono i miracoli per te e perché hai deciso di scrivere un romanzo del genere dopo due romanzi molto diversi da questo?

I miracoli sono, se non altro, una possibilità, che rende più interessante, vasto e perfino divertente il mondo in cui viviamo. Dal mio punto di vista, anche nel Signor figlio e più ancora in Infinita notte agiva una struttura teologica, ma era nascosta, sottotraccia. Qui ho voluto portarla alla luce, perché è questo che mi interessa, anche come narratore.

Nel romanzo chi è credente lo è a suo modo. Ma l'idea che mi sono fatto è che la tua sia piuttosto una storia sul mistero della vita e della morte, mistero che spesso induce le persone a rifugiarsi nella fede, magari per paura, quando non a "costruirsi" una religione rassicurante. In questo senso chi non crede o chi esercita il dubbio (come don Alberto) ha una posizione più scomoda, ma in un certo senso è più libero: che ne pensi?

Che non ci si libera mai dall'essere umani, il che comporta il bisogno di credere, di affidarsi almeno in parte al mistero che domina la nostra esistenza. So per esperienza che in ogni credente si nasconde un non credente e proprio per questo penso che questa regola del dubbio debba valere anche a ruoli invertiti. Chi non ha fede, insomma, ogni tanto potrebbe domandarsi se magari non siano gli altri, quelli che ci credono, a essere nel giusto. Del resto, l'innamoramento è qualcosa che sfida le leggi di natura, ma non per questo lo mettiamo in discussione.

Dal punto di vista della scrittura, che difficoltà hai dovuto affrontare (se ne hai incontrate) nella stesura del romanzo?

La difficoltà maggiore è consistita nel trovare il punto di vista. Avevo pensato di ricorrere a un io narrante, trasformando uno dei seminaristi in spettatore e testimone degli eventi. Alla fine ho scelto un'altra strada, anche perché nel frattempo la trama era diventata più complessa, sarebbe stato impossibile raccontarla nella prospettiva di un unico personaggio. Questa per me è la storia di tutti, non può essere raccontata da uno solo.

Sempre a proposito di scrittura: tu sei giornalista e scrivi per professione, perché a un certo punto hai sentito l'esigenza di affidare certe storie alla narrativa? Di recente un direttore editoriale mi ha chiesto: "Secondo te ha ancora senso pubblicare romanzi?". Tu cosa gli risponderesti?

Un conto è pubblicarli e un conto è scriverli, i romanzi. Sono arrivato al giornalismo perché avrei voluto raccontare, ma non mi consideravo abbastanza bravo. A forza di leggere, avevo sviluppato un'accettabile capacità di scrittura e questa è diventata il mio lavoro. Nel corso del quale ho sempre cercato di imparare qualcosa, in termini di metodo e anche di stile. Poi, a quarant'anni, ho deciso di provare a fare quello che da sempre desideravo fare. Ma non mi pare di essere arrivato troppo tardi. I romanzi si scrivono ancora e, da quello che vedo in giro, ancora si pubblicano.

Da addetto ai lavori, come vedi il futuro dell'editoria? Il presente è pieno di inquietudini e incertezze: i lettori diminuiscono, le librerie continuano a chiudere, e molti sostengono che nel giro di qualche anno l'editoria non sarà più quella che conosciamo...

Tutto questo appartiene al presente, in effetti. Il futuro è abbastanza misterioso, forse anche un po' inquietante. Non me la sento di azzardare previsioni, certo è che in tutto ciò che riguarda l'arte, la creatività, la narrazione e la comunicazione la regola del "si è sempre fatto così" ha smesso di essere utile da un bel pezzo. Capisco chi si spaventa, a volte sono perplesso anch'io, mi piace immaginare che un qualche colpo di scena sia già in agguato.

A proposito di cambiamenti: si fa un gran parlare di ebook, con posizioni che vanno dalle entusiastiche alle apocalittiche. Tu come la vedi, considerando che hai scritto Il deposito, che è un "nativo digitale"?

L'ebook è amato da chi legge molto, ha molti libri e, di solito, poco spazio per conservarli. È un fenomeno su cui si ragiona poco, legato al fatto che negli ultimi decenni ci sono più persone colte (magari meno colte in assoluto rispetto al passato, ma comunque più numerose) e in media poco abbienti. Intellettuali o aspiranti tali che vivono in appartamenti piccoli, e magari traslocano spesso, da una città all'altra. Inscatolare una biblioteca è una faticaccia, parlo per esperienza. Sincronizzarsi sulla "nuvola" è assai meno ingombrante.

Il deposito narra di un mondo dove, con un pretesto, si è arrivati a una legge che di fatto proibisce il possesso di libri se non in numero limitato. Perché la lettura continua a spaventare il potere, anche in paesi dove non si legge poi così tanto?

Nel Deposito i libri finiscono nei guai non per motivi strettamente politici, ma perché poco igienici (polvere, acari, allergie). È un modo per dire che, dove hanno fallito le dittature del XX secolo, potrebbero avere successo i conformismi di massa del XXI. Non so quanto la lettura dia ancora fastidio, in effetti. La mia impressione è che su questo argomento circoli un po' troppa retorica. Qualcuno inizia a sussurrarlo con prudenza, però non sempre "leggere è meglio". Ci sono libri deviati, maledetti, esecrabili, che possono fare del male e in effetti lo hanno fatto. Come Mein Kampf, del cui imminente ritorno si sta giustamente discutendo. Più che la lettura in astratto, sono i lettori che, in concreto, possono rappresentare un problema.

Stai già lavorando al nuovo romanzo? Di cosa parlerà?

Penso da molto tempo a un libro sul tema della morte, che secondo me appartiene all'orizzonte del destino universale e, quindi, non è riconducibile a un diritto individuale. Non sarà esattamente un romanzo, nel caso, ma una specie di saggio narrativo.

 

Intervista di Davide Musso

 

[Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

 

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