racconti
Redenzione
Il racconto di questa settimana è di Leonardo Rasulo. Direttamente dal laboratorio di scrittura di Terre di mezzo a cura di Paolo Cognetti.

Ce ne stiamo seduti al bar, io ed Elia.

È uno di quei bar di cui ti chiedi come facciano a restare aperti, tanto sono sudici e poco frequentati. Noi ci veniamo perché sta nel quartiere, all'Ortica, dove siamo cresciuti. Di rado ci entra qualcuno che non hai già visto almeno una volta.

Elia beve un sorso di vino bianco, passa l'indice e il pollice agli angoli della bocca, poi coi gomiti sul tavolo inizia a raccontarmi.

«Mi hanno buttato fuori. Al lavoro, mi hanno buttato fuori».

«Che genere, di lavoro?»

«Oh bè. Ero al controllo qualità»

«Senti senti».

«Era per un'azienda che produce farmaci. Stavo seduto dentro a una stanza sterile, vestito come un

astronauta. Te lo immagini? Pensavo di soffocare, con quella cazzo di tuta addosso. Dovevo controllare delle pasticche».

«Che pasticche?»

«Sì insomma, avevo davanti queste pasticche che sfilavano sopra a un piano scorrevole. Attraverso una enorme lente d'ingrandimento fissata al muro, dovevo dargli un'occhiata. Dovevo assicurarmi che non avessero imperfezioni nella forma, o chessò, qualche scalfitura sulla superficie. Cose così».

«Cristo Santo. Hai fatto bene ad andartene».

«Non me ne sono andato. Ti ho detto che mi hanno sbattuto fuori».

«Bè fa lo stesso. »

«Non era poi tanto male, e in più la paga era buona. Comunque. Dopo averle controllate una per una, dovevo dividerle. Le pasticche belle, andavano messe in un contenitore verde, e quelle brutte, in un contenitore rosso».

Elia sorride compiaciuto, lo sguardo fisso sulla tovaglietta di plastica e le dita a soppesarne la consistenza.

«Era come un concorso di bellezza tra pasticche, e io ero l'unico giudice».

Io sbadiglio e cerco di riportarlo in carreggiata.

«Xian, un altro bianco sporco e un tramezzino al prosciutto. Tu vuoi qualcosa?»

«Aspetta, lasciami finire. Dopo un mese che sto lì a perderci gli occhi, mi viene un dubbio. Allora un giorno fermo il mio capo e glielo dico, gli chiedo che fine fanno quei contenitori. E lui mi dice che le pasticche in quello verde finiscono sullo scaffale di qualche farmacia».

Elia fa una pausa e io gli concedo la domanda che si aspetta.

«È la stessa domanda che gli faccio anch'io. Capo, gli dico, e quelle nel contenitore rosso? E lui mi risponde che le buttano via. Capisci? Per un graffietto o perché non sono tonde. Era uno spreco. In fondo quella era roba buona. Era ingiusto. Così decido di farne sparire un po'. Ogni giorno me ne infilo una manciata nella tasca. Finché non mi beccano e tanti saluti»

Elia prende una sigaretta dalla tasca interna della giacca e si mette a tamburellare il filtro sul tavolo.

«In quattro mesi di lavoro ne ho accumulate circa cento».

«Sai almeno che cosa curano?»

«Oh bè, le sto provando».

«Tu stai cosa?»

«Ci ho pensato su un bel po'. È l'unico modo. Le ho suddivise per somiglianza. Sì insomma, alcune sono tonde, altre sono a capsula, altre ancora quadrate. Per non parlare dei colori»

«Che vuol dire che le stai provando?»

«Quello che ho detto. Ne butto giù una per tipo e vedo che succede».

«Ma che cazzo. Tu sei suonato».

«Se riesco a capire a cosa servono, magari le vendo e tiro su qualche soldo»

«Ma che razza di discorsi! È pericoloso. E se non ti fanno effetto?»

«Oh bè, se su di me non funzionano tanto meglio, significa che curano tutto.».

Da fuori entra un tizio alto e secco e si ferma al bancone; porta con sé odore di pioggia e vestiti umidi.

Elia non ci fa caso, butta giù un sorso di vino e va avanti imperterrito.

«Effetto placebo. È così che si chiama».

La porta si apre ancora e dietro a un ombrellino giallo appare Luca, il figlio di Xian. Suo padre lo aiuta a togliersi lo zainetto e l'impermeabile, poi lo fa sedere due tavoli dietro di noi.

«E comunque, l'altro ieri, ne prendo una, di quelle pasticche. Una a caso. La butto giù e BAM! Mi è venuto duro per quattro ore. Quattro ore capisci? Mi faceva quasi male. Di quelle dovrei averne una ventina. Stai certo che me le comprano subito. Ehi Xian, da quant'è che non scopi?»

Xian è il proprietario del bar, un cinese di non so quale provincia a nord di Pechino. Ormai è in Italia da parecchio, forse più di quindici anni. Il bar l'ha comprato dalla vecchia proprietaria, che una volta rimasta vedova non se l'è più sentita di mandarlo avanti da sola. Xian è un gran lavoratore. Da quando c'è lui il bar resta aperto sette giorni su sette dalle otto alle ventidue: certo la pulizia non è il suo forte, ma non ci lamentiamo. Non è che prima fosse meglio.

Mentre Elia riprende i suoi sproloqui guardo il bambino alle sue spalle. Tira fuori un quadernetto e una penna e si mette a scrivere. Suo padre gli porta un succo di frutta e un toast, gli dice qualcosa accarezzandogli la testa.

Luca ha i capelli neri e fitti, indosso porta la divisa della scuola, nera con il colletto bianco. Avrà sì e no dieci anni. Lo osservo e mi chiedo come sarebbe stato, come sarebbe stata la mia vita; diversa certo, ma meglio? Forse meglio. Forse mi sarebbe piaciuto.

«Mi sarebbe piaciuto».

«Cosa ?»

Indico dietro di lui.

«Avere un figlio. Mi sarebbe piaciuto».

Elia guarda un attimo il bambino, poi di nuovo me.

«Cazzate. A te non sarebbe piaciuto avere un figlio, a te sarebbe piaciuto diventare un padre».

«C'è differenza?»

«Eccome. Tu avresti voluto un figlio per sentirti a posto, per diventare una persona migliore. Chiamala responsabilità, chiamala come ti pare. Ti avrebbe, cambiato, ecco. Non dico che non saresti stato in grado di crescerlo, un figlio, sia chiaro. È che a te non è mai fregato di averne. Ci pensi ora, perché ti serve. Ti serve una redenzione».

Elia si ferma un attimo compiaciuto. Ha il bicchiere a mezz'aria, e per un istante non sa da che parte lo muoverà, se verso la bocca per bere o verso il tavolino per poggiarlo.

Alla fine fa entrambe le cose, lo poggia sul tavolo poi ci ripensa e lo solleva fino alle labbra.

Guardo di nuovo il bambino, mentre stacca con la mano destra un boccone del toast e lo porta alla bocca.

Lo acompagnerò a scuola ogni mattina e andrò a riprenderlo al pomeriggio. Lo aiuterò nei compiti e gli preparerò la merenda. La sera gli leggerò delle fiabe, seduto sul bordo del letto, nella sua stanza. La domenica a pranzo dai nonni e poi al parco o alle giostre. È vero. Sarò una persona migliore. Sarò un padre come non lo è stato il mio. Mi terrò il lavoro, giù all'officina, invece di mandare tutto all'aria per il mio orgoglio. Ha ragione Elia. Un figlio sarà il mio confine, la diga di tutta la mia esistenza del cazzo. La terrà insieme senza permetterle di esondare, di disperdersi in tante pozzanghere inutili. Un figlio mi permetterà di tenere insieme le cose buone che ho combinato in tutti questi anni per darle a lui.

Gli insegnerò a radersi, e poi a guidare. Certo qualche ceffone non glielo toglierà nessuno. Io le ho prese, e sono venuto su abbastanza bene. Non gli permetterò di mollare gli studi come ho fatto io. Lo manderò all'università. Giurisprudenza. Anzi, medicina. Studierà medicina. Un medico. Un primario del San Raffaele. Ecco cosa diventerà mio figlio. Uno che salva vite umane, uno di cui andare orgoglioso. La mia redenzione. E poi sposerà una donna bellissima, e mi darà dei nipoti. E stasera andrò a trovarli, andrò a cena da loro. Stasera viene il nonno siete contenti? E i bambini urleranno sì. Mangeremo insieme, berremo il caffè e poi metterò a letto i miei nipoti. Abbraccerò mio figlio, e me ne tornerò a casa.

© Leonardo Rasulo

 

Leonardo Rasulo è nato a Taranto il 18 luglio 1978. Per buona parte della sua vita ha studiato filosofia e lavorato come barman a Crema, Milano, Brescia, Messina e di nuovo a Milano, dove attualmente vive e lavora.

[foto: elvissa]

Rubriche