cose che capitano
Il dovere di complicare il racconto
"È tipico degli scrittori di tutti i secoli autocommiserarsi": la parola a Zadie Smith (e a Fabio Genovesi).

Quando fai lo scrittore non puoi e non devi mai dire ‘sono stanco'. Non devi, non puoi".

Tempo fa ho intervistato Fabio Genovesi, autore di Esche Vive, uno dei romanzi che più ho amato lo scorso anno, e lui rispondendo alla prima domanda se ne esce con questa cosa. Il senso è chiaro: con tutti i lavori che ha fatto per campare ("cameriere, guida turistica, raccatta palle in un tennis club, portatore di spese a domicilio, montatore e smontatore di stabilimenti balneari, giardiniere, apprendista idraulico") Fabio ha capito che potersi dedicare alla scrittura è un privilegio, quindi bando alle lamentazioni.

Eppure non è sempre così, anzi: gli scrittori si lamentano un sacco. E lo hanno sempre fatto, come sottolinea Zadie Smith nel suo Perché scrivere pubblicato di recente da minimum fax:

"Poveri scrittori del ventunesimo secolo. È tipico degli scrittori di tutti i secoli autocommiserarsi e pensare che la loro situazione, qualunque sia, non abbia eguali. (...) È più difficile scrivere oggi di quanto lo fosse un tempo? Abbiamo motivi particolari per lamentarci? Ci sembra di sì: Melville aveva un sacco di grane con i suoi editori, ma non si trovava a fronteggiare l'imminente scomparsa del diritto d'autore; Keats è stato bersaglio degli strali di parecchi critici, ma non ha mai dovuto vedersela con metà di internet che gli dava del coglione; Emily Brontë ha faticato a trovare un pubblico, ma non era in competizione con l'industria dell'intrattenimento globale (...)"

Che tempi grami. C'è poco da stare allegri, vero? Però, prosegue Zadie:

"... se uno comincia a fare un po' di ricerche, a origliare negli archivi, si ritrova in una sala riecheggiante di lamentele. Perché gli scrittori si sentono sempre trascurati. Rimpiangono sempre una mitica età dell'oro, appena passata, in cui potevano essere scrittori nel senso nobile del termine, o quanto meno in un senso più nobile. Pope rimpiangeva l'epoca di Orazio. Henry James rimpiangeva l'epoca di Jane Austen. Noi scrittori del ventunesimo secolo idealizziamo disperatamente il modernismo (...). Eppure anche Virginia Woolf, vissuta durante quello straordinario periodo, provava la stessa forma di ‘invidia storica'".

Per non parlare del senso di inutilità che assale uno scrittore ogni volta che si mette davanti alla pagina bianca, cartacea o elettronica poco importa:

"Perché ci sono poche cose che possano far sentire più ridicoli, in questo anno del Signore 2011, del sedersi a tavolino a scrivere un romanzo. No, in realtà eccone una: sedersi a tavolino a scrivere una poesia".

Allora che senso ha scrivere, se è un'attività che provoca così tanta sofferenza? Qui Zadie Smith rispolvera George Orwell, secondo il quale si scrive fondamentalmente per quattro motivi:

1) puro egoismo, ovvero il "desiderio di apparire intelligente, di far parlare di sé, di essere ricordato dopo la morte";

2) "entusiasmo estetico";

3) "impulso storico", ovvero il "desiderio di vedere le cose come stanno, di portare alla luce dati di fatto veri e conservarli a beneficio della posterità";

4) "scopo politico", ovvero il "desiderio di spingere il mondo in una certa direzione, di modificare l'altrui concezione del tipo di società alla quale bisogna tendere".

E sono proprio questi ultimi due i più interessanti, a mio avviso. Quelli che fanno dire anche a Zadie Smith che oggi sì, scrivere ha un senso. Ed è questo:

"In un momento in cui siamo circondati da realtà contraffatte il desiderio di vedere le cose come stanno è già in sé un atto rivoluzionario. È importante sottolineare che vedere lucidamente non significa vedere univocamente: viceversa, sono le realtà contraffatte quelle che tendono a essere lineari e univoche. Un terrorista è questo. Un immigrato è questo. I sostenitori della dimostrazione empirica hanno il dovere di tentare di complicare il racconto: di rappresentare il mondo in tutta la sua incredibile varietà."

Davide Musso

 

[Questo pezzo è uscito anche su Hounlibrointesta]

[Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

 

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