racconti
Primavera
Nuovo appuntamento con i racconti del laboratorio di scrittura di Terre di mezzo a cura di Paolo Cognetti. Oggi è la volta di Sara Loffredi.

Primavera
di Sara Loffredi

Le fotografie sono attaccate alle piastrelle della cucina con lo scotch. Nella prima Sofia è accucciata vicino alla fontanella di un parco con i gomiti appoggiati alle ginocchia. Ha due anni, forse tre, una gonna gialla e calze lunghe che le stringono la carne tenera dei polpacci. Nell'altra è con Godard, il cane che è morto quando eravamo all'università, lei gli stringe il muso avvicinandoselo alla bocca per scherzo e, sulle pareti dietro al letto, si intravedono i poster di Cioè, quelli che non perdevano le piegature neppure una volta stesi. Accanto alle fotografie sono appesi dei fogli. Quello che preferisco è il disegno di una pagina di quaderno vuota, con una penna sopra: sembra vera. Sofia non è mai stata brava a disegnare, l'ha fatto di certo sua sorella, quella che nei pomeriggi delle medie usavamo come terza quando i giochi in scatola non si potevano fare in due. Sotto al quaderno c'è scritto hai tutte le parole che vuoi, ed è l'unico punto di colore, perché il disegno è in bianco e nero, mentre la scritta è rossa.

Sulle piastrelle della cucina ci sono ancora il biglietto del concerto dei Pearl Jam all'Arena di Verona dove siamo andate insieme, due sottobicchieri rubati un capodanno a Praga e i segni dello scotch delle mie fotografie, che ho portato via. Accanto alla finestra i post-it con le citazioni, quelle che saccheggiavamo dai libri presi in biblioteca che non si potevano sottolineare: le ho avute sotto gli occhi per tutti questi anni e le parole, per me, hanno ormai perso il significato e acquisito una precisa forma e posizione. L'impressione visiva della parete è identica ogni volta, basterebbe un solo sguardo, entrando in questa stanza, per accorgermi che qualcosa è cambiato. Forse non saprei dire subito cosa, dovrei pensarci, ma il ricordo nitido della posizione degli oggetti sarebbe un chiaro allarme nel fondo della testa. È come quando un amico ti fa vedere una foto delle elementari dicendo «mi riconosci?» e non è necessario osservare a fondo tutti i bambini, basta cercare lui, trovare i suoi lineamenti confrontandoli con quelli disegnati in una precisa posizione, nel ricordo: occhi, naso, fronte, bocca. Non so se è davvero la stessa cosa, ma a me sembra di sì.

Sofia versa il caffè nel bicchiere di vetro. Le lascio questo, di me: un'abitudine che ho ereditato da mia nonna. La rivedo sedere da sola nella sua cucina, tutta attorcigliata su se stessa, piccola e densa, con i capelli ancora neri a ottant'anni, e mettersi a cucinare solo per sé, friggendo le melanzane tagliate a listelli come le patate, scaldando mezzo panino nella padella con sopra olio, sale e pomodoro, poi bevendo il caffè nel bicchiere di vetro.

All'ingresso è ancora appeso il pannello con i dipinti di Chagall presi da un calendario. Quando era passato l'anno, al posto di buttarlo, io e Sofia avevamo staccato tutti i mesi, incollandoli uno vicino all'altro su un supporto di cartone bianco che ci aveva trovato suo padre. Si intonava con i colori delle porte: quando lei non c'era ancora, e non pensavo di avere bisogno di una coinquilina, mi ero messa a riempire tutti gli stipiti con scritte a tempera. In cucina avevo scelto la frase da una canzone in francese che dice conduco al centro della mia ombra polveri di te e, nello scrivere, mi era sfuggita una lettera ma nessuno se n'era mai accorto. La prima che avevo dipinto, però, era stata quella del salotto, e mi aveva aiutato mia madre. Erano porte vecchie, leggere, con il vetro zigrinato in mezzo, con una cornice di legno scuro intorno, su cui il padrone di casa aveva passato due mani di vernice bianco ghiaccio. Il pomeriggio in cui era venuta mia madre non avevo ancora preso confidenza con quella casa, il salotto era mezzo vuoto e io mi addormentavo solo con la luce accesa, dopo aver controllato in tutte le stanze che non ci fosse nessuno. «Voglio scrivere sulla porta», le avevo detto. «Ma non è tua» aveva risposto lei. «Quando me ne vado le pitturo di nuovo di bianco». Ero andata a prendere le tempere, un piatto di plastica e il pennello, mettendomi a scrivere in rosso la frase di quel poeta, quella che dice vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi. Quando avevo finito ero andata a lavarmi le mani e mia madre si era impadronita dei colori per dipingere un ciliegio sul lato destro, rimasto vuoto apposta. In realtà era solo un ramo, ma davvero bello, marrone con le gemme rosa e le foglie verde brillante.

Sorseggio il caffè quasi freddo mentre Sofia lava i piatti. Mia nonna lo beveva velocemente, tre sorsi e via, ancora caldissimo. Io non ci riesco. Le pentole fanno rumore l'una contro l'altra nel lavandino e Sofia dice, a voce troppo alta: «quando mi trasferisco compro una lavastoviglie». Finisco il caffè e poso il bicchiere tra le sue mani insaponate. Le do un bacio sulla guancia. Dico: «vado».

Tornata a casa, appoggio la borsa sul tavolo a cui mancano le sedie: per ora mangiamo sul divano, scegliendo tra pizza in cartone, sushi o cibo cinese. Il freddo mi ricorda che devo chiamare l'idraulico per la caldaia. La lavastoviglie, incassata nella cucina rossa che abbiamo comprato in un negozio di design dopo tre giorni di riflessione, ha ancora la plastica dentro. Il piano è lucido proprio come lo volevo, ma al posto delle piastrelle c'è una lamina di qualcosa che assomiglia alla pietra lunare. Lì sopra lo scotch non si attacca. Non che ci abbia provato, ma mi dà questa idea. Tolgo il cappotto e lo appendo in corridoio, mentre il sole filtra dalle finestre senza tende e illumina la polvere nell'aria. Per andare in camera apro la porta a scorrimento color cognac, che scompare nella parete senza fare nessun rumore. Ne accarezzo gli stipiti arrotondati ma il legno è troppo nuovo e scivola sotto la mia mano. Anche qui, il colore non farebbe alcuna presa.

© Sara Loffredi


Sara Loffredi, nata a Milano nel settembre del 1978, lavora come editor per una storica casa editrice giuridica. Nel 2009 il suo racconto Non dire falsa testimonianza risulta tra i dieci vincitori del concorso "Subway letteratura" e viene distribuito nel circuito metropolitano e ferroviario di Milano, Roma, Napoli e altre 12 città italiane. L'antologia realizzata nell'autunno 2011 per l'ottantesimo di ATM Milano contiene il suo racconto Come fosse vero, realizzato a partire da documenti d'archivio, in collaborazione con il progetto "I documenti raccontano". Nel novembre 2011 il suo racconto Fame viene selezionato per il "Map Project" e pubblicato nel tabloid della mostra allestita presso il museo MAGA di Gallarate. Nel gennaio 2011 viene ammessa in Bottega di Narrazione sotto la guida di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati, dove lavora al romanzo "Le mani della musica".

 

[foto © Abevil]

Rubriche