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Sedia a sdraio
Da oggi su "le parole" i racconti del laboratorio di scrittura condotto da Paolo Cognetti. Il primo è di Matteo Ferrario.

Con la primavera è cominciato il laboratorio di scrittura di Terre di Mezzo, condotto da Paolo Cognetti. Il laboratorio è dedicato al racconto breve ed è frequentato da sedici persone. Il primo tema affrontato è stato l'illuminazione: quel momento-chiave, all'interno di una storia, in cui un semplice avvenimento o una visione aprono un varco nella coscienza di un personaggio, producono salti nel tempo e un'improvvisa consapevolezza di sé. Ogni settimana pubblicheremo su "Le parole necessarie" il racconto di un partecipante, scelto da Paolo stesso. Cominciamo con Matteo Ferrario e il suo racconto "Sedia a sdraio".

 

Sedia a sdraio

Erano passate da poco le dieci quando Elisa si è addormentata davanti alla tv. Di solito la metto a letto presto e le leggo qualcosa finché non si addormenta, ma stasera ha voluto vedere un film di animazione. Dopo una ventina di minuti era già rannicchiata in un angolo del divano, con la testa sulle mie gambe.

Ho aspettato un po' a portarla in cameretta. Non volevo svegliarla.

 

Ha fatto caldo nel pomeriggio, e i vetri della veranda erano aperti. Dalla strada silenziosa entrava un buon odore, che era un misto di asfalto tiepido e prato tagliato. L'odore che avevano sempre avuto le estati al loro inizio nel quartiere, quando nessuno era ancora partito per le vacanze.

La fetta di cielo che si vedeva dal soggiorno era di un blu elettrico, e l'unico suono dopo aver spento la tv era come un rumore di fondo. Un soffio continuo, appena percettibile, che doveva essere la somma dei tanti silenzi imperfetti di ogni casa in quel momento.

Da ragazzino me ne restavo ad ascoltarlo per ore. Mi divertivo a pensare che il mondo avesse il motore al minimo, ma che fossero gli ultimi attimi di quiete prima che l'estate portasse qualcosa di eccezionale, un'accelerata improvvisa.

Elisa si è mossa appena, nel sonno. L'ho guardata, il visetto serio, gli stessi capelli di Cristina sparsi sul cuscino, sottili come filo dorato. Poi ho infilato una mano sotto le sue ginocchia e l'altra in un piccolo pertugio tra la schiena e il divano. L'ho sollevata, evitando movimenti bruschi. Non ha riaperto gli occhi.

Mentre imboccavo il corridoio con lei tra le braccia mi è sembrato di accorgermi per la prima volta di quanto fosse leggera, anche se all'asilo è una delle più alte.

È stato allora che ho ripensato alla sdraio. Anni dopo aver bruciato in cortile quello che restava della struttura in bambù insieme alle sterpaglie, me la sono ricordata con tale precisione che non mi sarei stupito di voltarmi verso la veranda e vederla lì, vicino alle finestre aperte, col bianco della tela trasformato in azzurro chiaro dalla luce lunare.

 

La vedemmo in un centro commerciale, esposta in un negozio di articoli per la casa.

Eravamo appena usciti dalla multisala, dove Cristina aveva insistito perché guardassimo un film di quelli che le facevano un pessimo effetto. Parlava di una ragazza che era stata violentata dal padre quando era piccola, e verso i trent'anni si lasciava convincere ad avere un figlio da un uomo innamorato di lei.

 Dopo un montaggio veloce con la musica, in cui si vedevano i due personaggi preparare la stanzetta e scegliere vestiti per il bambino in arrivo, le cose sembravano mettersi al meglio.

Poi un giorno lui torna a casa dal lavoro e trova un assembramento di poliziotti, volontari della croce rossa e curiosi, tutti lì radunati sotto il suo balcone.

- Tu mi starai sempre vicino? - disse Cristina, prima che in sala tornassero le luci.

In quel momento la risposta mi parve così ovvia che mi limitai a sorriderle e circondarla con un braccio.

Lei appoggiò la testa alla mia spalla, come se non ce la facesse a reggerla da sola.

- Che brutto film.

- Te l'avevo detto.

Scesi di un piano, passammo davanti al negozio e lo sguardo di lei si fermò su quella sdraio.

- Potremmo metterla nella veranda - disse, tornata di colpo allegra.

- Bastasse così poco.

Avevamo appena riaperto la vecchia casa dei miei per andarci a vivere insieme, ed era tutta quanta da ristrutturare, ma non ci eravamo ancora messi d'accordo. Io avevo l'impressione che anche dopo averla rifatta da capo sarebbe rimasta la casa in cui ero cresciuto, e preferivo cercarne una nuova che fosse solo nostra. Lei, invece, non sapeva immaginarsi da un'altra parte. Ci si era adagiata come in un grembo, e non le interessava altro che occuparla spazio dopo spazio con piccoli oggetti, segni della sua presenza.

Adesso era tutta eccitata come una bambina, come se la parte migliore della nostra vita dovesse svolgersi d'ora in poi sulla veranda e non potesse prescindere da quella sdraio.

Anche a me piaceva, o forse era solo che mi piacevano tutte le cose capaci di far sorridere Cristina.

Tirai fuori i pochi euro indicati sul cartellino e, dopo averla ripiegata, me la presi sottobraccio con tale facilità da immaginare fosse altro. Come la tela di un pittore che non sapeva ancora cosa farci.

 

Un sabato di quell'estate, nel tardo pomeriggio, ero sulla sdraio a leggere quando lei mi raggiunse, accusandomi per scherzo di avergliela rubata.

La guardai come facevo ogni tanto, quando la prendevo in giro e volevo che se ne accorgesse.

- Peccato averne presa solo una.

- Ce la faremo bastare - disse Cristina, reggendosi ai braccioli per mettersi a cavalcioni sopra di me.

Sentendo scrocchiare il bambù, staccò le labbra dalle mie. Appena il tempo di guardarci stupiti e la sdraio cedette di schianto.

Con la botta che ancora mi rimbombava nel fondoschiena, mi ritrovai a terra con addosso lei che non la finiva più di ridere.

- Ma è stata colpa mia? Ma non è possibile, non arrivo a cinquanta chili!

- Beh, c'erano già i miei ottanta.

Quando finirono le risate eravamo ancora lì, l'uno sopra l'altro con i resti schiacciati della sdraio a farci da letto improvvisato.

Più tardi, con lei che si muoveva sopra di me nella penombra della veranda, non c'era niente che mi sembrasse impossibile da riparare.

Rivedo tutto questo come se fosse successo da pochi minuti. Sento il rumore del legno che si spezza sotto di noi e ogni cosa del mondo, dalla più stupida alla più importante, mi sembra ridursi a una questione di peso.

Quanto se ne può reggere in aggiunta al proprio?

 

Mi abbasso piano per depositare Elisa tra i suoi animaletti di peluche. Le sollevo un attimo la nuca, sistemo meglio il cuscino. Una dopo l'altra, tiro fuori le braccia dal lenzuolo perché non senta troppo caldo.

Lei sembra galleggiare nel sonno e non si accorge di niente, non ha nemmeno un sussulto.

In fondo ha solo quattro anni, e gliene restano ancora un po' prima che le cose cambino.


© Matteo Ferrario
matteoferrario@alice.it

 

Matteo Ferrario è nato nel 1975 in provincia di Milano. Di mestiere fa l'architetto: si occupa di certificazione energetica e collabora con riviste di costruzioni. Il suo primo racconto, Habitat, è stato segnalato nel 2002 al concorso letterario di Terre di Mezzo e incluso nell'antologia Via dei matti numero zero. Storie senza dimora fissa. Altri racconti di Matteo sono comparsi nell'antologia Racconti diversi di Stampa Alternativa e sulla rivista online "FaM", tra il 2004 e il 2006. Nel 2009 il raccontoBuia è stato tra i vincitori di Subway e distribuito nei juke-box letterari di diverse città italiane. Nel 2011 il racconto "Come loro" è stato pubblicato dalla rivista "Fernandel".

 

© foto: [auro]

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