cose che capitano
Pietro Citati e il piacere della lettura
Edoardo Brugnatelli di Mondadori "risponde" al discusso articolo di Citati sul presunto declino di scrittori e lettori.

Nei primi giorni di marzo, un articolo di Pietro Citati sul Corriere della sera ha fatto discutere la comunità dei lettori e degli scrittori nostrani. Il pezzo, intitolato "Meglio non leggere quei Bestseller. Il declino degli scrittori (e del pubblico)", iniziava così: "Credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant'anni. La generazione letteraria che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970 è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli". Ospitiamo volentieri su "le parole necessarie" un intervento in proposito di Edoardo Brugnatelli, editor Mondadori.

Sono un lettore forte (almeno penso di esserlo) e non rifuggo da letture ardue, strenue ed estreme. Tuttora ritengo che il massimo capolavoro della letteratura contemporanea sia Infinite Jest di quel disperato genio di David Foster Wallace. In questo preciso momento sul mio comodino (o meglio impilati di fianco al letto perché non ho un comodino) ci sono : l'autobiografia di Pierre Vidal-Naquet, il Meridiano Yeats, Face à l'Extrème di Tzvetan Todorov, Esche vive di Fabio Genovesi, The Jeeves Omnibus di Wodehouse, Il Piatto piange di Piero Chiara, La Promessa di Friederich Duerrenmatt, Les Mémoires d'Hadrien della Yourcenar e il libro di ricette di Giallo Zafferano.

Perché sto qui a snocciolare così impudentemente queste "credenziali" letterarie? Perché so che in questo genere di diatribe (del cavolo, sia detto subito) bisogna avventurarsi con dei buoni giubbotti antiproiettili. Allora, diciamolo subito: sono stufo, strastufo, esasperato da tutta questa litania troppe volte ripetuta da scrittori e critici e che è stata rieseguita più o meno magistralmente sulle pagine del Corriere qualche giorno fa da Pietro Citati.

Cerchiamo di avvicinarci al nocciolo della questione, con una serie di domande:

1) Scrive Citati: "Continua la scomparsa dei classici. Gli italiani non hanno mai letto Dickens e Balzac. Oggi, anche Kafka (che nel l970-80 era amatissimo) va a raggiungere Tolstoj e Borges nel vasto pozzo del dimenticatoio. Per fortuna, restano i poeti: o, almeno, una grande poetessa, Emily Dickinson".

Questa interessante affermazione è basata su cosa? Suffragato da quali dati Citati può scrivere una cosa del genere?

Già, sia detto per inciso, l'espressione "gli italiani" suona sinistramente simile alla "gente": una massa informe di solito portatrice di qualche difetto, mancanza o comunque connotata negativamente.

Ma torniamo alla questione: stamane sul treno pendolari che da Sesto San G iovanni mi portava a Lambrate, avevo di fronte un ragazzo che stava leggendo I miserabili di Hugo. Ciò non mi porta a dire che "Gli italiani leggono Hugo", perché quel ragazzo è quel ragazzo e basta e le mie impressioni personali, per quanto da me segretamente considerate geniali e degne di venerazione, so che lasciano il tempo che trovano. Soprattutto quando hanno la malsana idea di aspirare a diventare leggi universali.

E allora perchè mai Tolstoj e Borges avrebbero fatto quella brutta fine? Forse perché Citati da anni non prende più i mezzi pubblici? Perché mai Kafka era amatissimo negli anni 70 e 80 e ora sarebbe statodimenticato? Amatissimo da chi? Dimenticato da chi? Mistero, ineffabile mistero. E che cavolo vuol dire l'affermazione quantomai montypythonesca "Per fortuna, restano i poeti: o, almeno, una grande poetessa, Emily Dickinson"? Resta dove? Come ? Perché? Chi lo dice? Muori e il saprai.

2) "Credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta- quarant'anni. Non c'è da meravigliarsi. La generazione letteraria del 1910-1924, che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970, è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana." Interessante affermazione.

Sinceramente trovo incredibile che una persona tanto dotata di cultura e di strumenti di analisi sia incapace di applicare queste sue doti a se stesso. Se c'è un topos letterario millenario che Citati dovrebbe conoscere a menadito è quello della Laudatio temporis acti, e allora perché non è capace di fare quel gesto minimo di onestà che fa ogni buon critico e riconoscersi come uomo legato a un'epoca, a delle idee e - gasp! so che non dovrei dirlo - a un contesto culturale?

Guarda caso la sua epoca (Citati è nato nel 1930) è l'Età dell'Oro, e guarda caso proprio in quegli anni si è manifestata la generazione letteraria più ricca e feconda apparsa da secoli etc etc.

Che fortuna per Citati, in effetti. Ma forse per capire meglio come funzioni questa sua fortuna dobbiamo rifarci appunto all'Esiodo che parlando dell'Età dell'oro scrive:

come dei vivevano, senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia,

Non sarà mica che, come spesso accade, l'arrivo della "triste vecchiaia" crea qualche problema? Non solo diventa difficile accettare un mondo che cambia ma - soprattutto - accettare il triste ma incontrovertibile fatto che quel magico meraviglioso mondo nel quale eravamo giovani e pieni di energie e speranze sia passato?

Adattando alla bisogna quanto diceva quell'esemplare di Inautenticità che rispondeva al nome di Quelo: "La prima e la seconda che hai detto!" In effetti anche il sottoscritto, lasciato in balia delle sue malinconie, sarebbe pronto ad affermare che gli anni di massimo fulgore creativo, letterario, politico etc etc etc della storia universale dell'umanità sono stati quelli a cavallo tra la metà degli anni ‘70 e l'inizio degli anni '90 del ‘900. Quando ero un giovinetto snello e ricco di fascino (insomma, più o meno) e la vita squadernava davanti ai miei occhi più o meno innocenti il grandioso e multiforme campionario delle sue promesse. Ma se solo faccio un piccolo sforzo e cerco di contrastare il mio Io malinconico, ci metto un attimo a capire che non è vero, e che il mondo è stato bellissimo/bruttissimo prima

di quei tempi e continua e continuerà ad esserlo anche dopo.

3) Prosegue Citati, inesorabilmente, che a quei tempi "I lettori ereditavano le qualità degli scrittori. Erano lettori avventurosi e impavidi, che non temevano difficoltà di contenuto e di stile, fantasie, enigmi, allusioni, culture complicate e remote. In quegli anni libri bellissimi ebbero un successo che oggi non si potrebbe ripetere. Penso sopratutto a due casi. Quello dell'Insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera; e quello delle Nozze di Cadmo e di Armonia di Roberto Calasso. Non si era mai visto un così arduo libro di saggistica, fondato su una analisi rigorosa dei testi, conquistare un pubblico tanto vasto, e ripetere il suo successo in ogni Paese."

Ah ecco il metro di giudizio che spiegherebbe perché il lettore odierno sarebbe peggiore di quello di qualche decennio fa!! Sarebbe meno propenso al Free Climbing: Peccato solo che anche recentemente io abbia visto avere successo libri parecchio ardui (Gomorra? Le correzioni? Faccio solo 2 esempi ma si potrebbe andare avanti per un pezzo) e che nel complesso non mi pare che i lettori di oggi siano meno portati per gli sport estremi (ammesso e non concesso che gli sport estremi siano meglio degli scacchi, della pelota basca, delle bocce, della pallavolo o di vattelapesca). Inoltre ci terrei a ricordare a Citati che a rendere enorme il successo di Kundera contribuì un elemento che - comprensibilmente - viene dimenticato alla grandissima. Intendo il tormentone collegato al romanzo che ai tempi Roberto D'Agostino inflisse al pubblico televisivo di "Quelli della notte" e che ebbe un'influenza mica da ridere sulle fortune di Kundera chez nous. In effetti son cose che è meglio dimenticare perché forse creerebbero dei problemi all'impalcatura ideologica duramente elitaria che sta alla base dei ragionamenti di Citati, ma restan pur sempre cose orribilmente vere.

Ma veniamo al nocciolo della questione, alla frase che mi irrita al punto da provocarmi l'Herpes:

4) "Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell'immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho."

Lascio perdere ogni commento sulla volgarità e e la mediocrità (categorie che - sottolineo - sono tutte fortemente impregnate di un ideale aristocratico che ai miei poveri occhi di persona soi-disant di sinistra non pare esattamente qualcosa di progressista o democratico, ma la pianto qui sennò qualcuno finisce per citarmi La Montagna Incantata, Settembrini, Naphta e compagnia cantante...). (Non che io sia un appassionato di mediocrità, volgarità e/o banalità, s'intenda. Ma resto dell'idea che questa

terminologia ("volgarità", "mediocrità", proprio come "gli italiani" di prima - "la gente" potremmo dire) faccia riferimento a un elitarismo che era già fuori tempo massimo nel 1790).

Perché? Ripeto perché mai sarebbe molto meglio non leggere affatto piuttosto che leggere Dan Brown etc etc?

Non sono un fan di nessuno dei tre autori sopraccitati, ma non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di dire una trombonata del genere.

E di mancare di rispetto a chi li legge.

E di pensare di essere in qualche modo superiore a chicchessia perché impilati di fianco al mio letto ci sono quei libri che ho detto. Mai mi passerebbe per l'anticamera del cervello. Mai.

E volete sapere perché (domanda retorica, so bene che in pratica a nessuno gliene importa granché. Ma a questo punto vado avanti imperterrito)? Perché per me la lettura è davvero un piacere.

Mi piace immensamente leggere, mi piace avere libri intorno. Quando mi immergo in libro sono felice.

Quando la sera ho quel momento nel quale posso saltabeccare da un volume all'altro, sono felice.

Quando guardo tutti i titoli che ho pronti e a disposizione nei pochi grammi del mio Kindle sono felice.

Quando titillo felice i dorsi dei libri sulla mia biblioteca di casa sono felice.

Quando salgo sul treno e ho la prospettiva di una manciata di ore di lettura sono felice. Ma felice davvero.

E, almeno agli occhi di un anziano figlio del '77 quale io sono, la felicità e il piacere veri sono inclusivi. Sono una cosa per tutti. Più gente è felice più io sono felice. Più gente prova piacere più io provo piacere.

E - soprattutto -questa mia felicità e questo mio piacere non diminuiscono in alcun modo se vedo qualcuno immerso nella lettura di Coelho. A me Coelho non dice granché, ma a quella persona evidentemente sì e la sua felicità e il suo piacere fanno parte di quella persona e pertanto meritano rispetto. E il suo piacere e la sua felicità di certo non fanno ombra al mio piacere e alla mia felicità.

Reciprocamente, non mi piacerebbe essere trattato in modo irrispettoso sulla base di quello che è il mio modo di trovare la felicità e il piacere, o peggio essere giudicato un minus habens. David Foster Wallace a me piace un casino, ma so benissimo che a molti altri non dice nulla e allora? Questo fa di me una persona migliore? Non direi. Fa di me una persona peggiore? Non direi. Fa di me un lettore di David Foster Wallace, punto.

E allora ho l'impressione che il piacere legato alla lettura di cui scrive Citati non sia esente da una componente prescrittiva, censoria, punitiva. Il che fa sorgere - inevitabilmente - una domanda: ma non è che tutto questo livore censorio deriva dal fatto che sotto sotto questa cosa agli occhi del censore non sia poi così piacevole? E che al fondo la sua logica sia: visto che mi sono rotto le scatole io, che diritto hanno gli altri di divertirsi? Una logica molto simile a quelle pratiche sadiche un tempo in vigore nelle caserme e che si fondavano su questa idea non precisamente progressiva: visto che in passato io ho dovuto subire quel tormento è giusto e necessario che io ora te lo infligga.

Dov'è il piacere della lettura quando la lettura diventa un dovere?

5) E ancora una domanda: sulla base di cosa si stabilisce una relazione (in modo allusivo ma abbastanza chiaro, almeno ai miei poveri occhi) tra la diffusione di best-sellers come quelli di Dan Brown & Co. e l'asserita (e tutta da dimostrare) scomparsa dei classici? Ma davvero qualcuno crede che un lettore decide di smetter di leggere o di non leggere affatto chessò? Tolstoj, a causa della lettura di Coelho? O che un lettore - evidentemente sotto l'influsso di sostanze sintetizzate chimicamente - entri in una libreria pronto a comprare Madame Bovary e se ne esca con un volume di Faletti? Mi sembra una forma di pensiero magico (o prelogico) assai affascinante, ma del tutto priva di fondamento, a meno che non ci si trovi all'interno di uno sketch dei Monty Python.

Per concludere: sono stufo, strastufo, arcistufo di questi sedicenti paladini della cultura che circolano con un bel bastone dietro la schiena, sempre pronti a dire agli altri cosa NON fare, cosa NON va bene, quali autori e quali libri NON vanno letti.

Davanti a tutti questi personaggi che in un modo o nell'altro, adducendo criteri di giudizio oggettivi - che immancabilmente si rivelano quantomai soggettivi (come è inevitabile direi) - si accaniscono a dire che Moccia è per adolescenti non cresciuti, che Dan Brown è mediocre, che questo fa schifo e che quella non è Vera Letteratura, mi vengono alla mente le parole di uno dei miei pensatori di sinistra preferiti (Woody Guthrie) che molto opportunamente scriveva quanto segue:

"As I went walking I saw a sign there
And on the sign it said "No Trespassing."
But on the other side it didn't say nothing,
That side was made for you and me.
This land is your land, this land is my land
From California to the New York island
From the Redwood forest to the Gulf Stream waters
This land was made for you and me."

Zumpappazum!

© Edoardo Brugnatelli
editor Mondadori

[foto: tenlittlebirds]

 

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