cose che capitano
In compagnia dei germani
Di corsa nel parco con Murakami.

Il parco poco prima dell'alba è una terra di mezzo sospesa nel tempo. Le forme fluttuano slabbrate nella nebbia, si incrociano, si riconoscono con uno sguardo - poi ognuna prosegue per il proprio cammino. 
Da un paio di mesi ho iniziato a correre. Non guardatemi così: se me l'aveste detto anche solo quest'estate vi avrei preso per pazzi. Proprio io che odio lo sport (e lo sport cordialmente ricambia). Proprio io che, nei precedenti tentativi di "mantenermi in forma", passavo poi una buona ventina di minuti negli spogliatoi lottando con me stesso per non perdere i sensi. Proprio io che, quando ancora andavo a scuola (certo più tonico e giovane di ora), arrivavo inevitabilmente per ultimo al test di Cooper. Insomma, avete capito.
E invece.
E invece da fine settembre mi sveglio tre volte la settimana quando fuori è ancora buio, mi vesto e vado a sgambettare al parco - non importa se piove, c'è il sole o se ci sono tre gradi e non si vede a un palmo dal naso. L'intento, all'inizio, era quello che anche in passato mi aveva spinto a forzare la mia natura: combattere la vita sedentaria e cose del genere. Poi in questi due mesi abbondanti ho pian piano capito che la corsa mi catapulta in una dimensione solo mia di cui avevo disperato bisogno ora, e non in prospettiva. Scampoli di tempo in cui esisto solo io - intorno il vuoto (e i germani reali addormentati sul pelo dell'acqua mentre costeggio il laghetto).
Che c'entra questo con la scrittura? C'entra. Sarà che per me la scrittura coincide giocoforza con la vita, o con gran parte di essa. Sarà che Luigi Cojazzi, un amico scrittore e maratoneta, mi ha consigliato di leggere L'arte di correre di Murakami, memoir su scrittura e corsa che mi sta accompagnando in questi giorni, fatto sta che ogni volta che mi allaccio le scarpe da running imparo qualcosa di nuovo su me stesso.
Ecco allora qualche frammento del Murakami-pensiero (autore che, ci tengo a sottolinearlo, ha iniziato a correre quando aveva 33 anni e fumava una sessantina di sigarette al giorno):

Il dolore è inevitabile, la sofferenza è un optional.

La maggior parte dei comuni maratoneti sono motivati da un obiettivo individuale [...] Anche se non superano il record di tempo che si erano prefissati trovano soddisfazione nell'aver fatto del loro meglio - e, possibilmente, nell'aver fatto qualche scoperta significativa su se stessi. [...] Lo stesso si può dire per la mia professione. Nel lavoro dello scrittore... non esiste una cosa come vincere e perdere. [...] Quello che è cruciale è se quello che stai scrivendo è pertinente con gli standard che ti sei prefissato.

Non sono un grande maratoneta. Sono a un livello ordinario, o forse sarebbe meglio dire mediocre. Ma non è questo il punto. Il punto è se sono migliorato o meno rispetto a ieri.

Gli scrittori che hanno la fortuna di avere un talento innato possono scrivere facilmente, non importa cosa stiano o non stiano facendo. Le parole sgorgano come acqua da una sorgente, e con un piccolo o nessuno sforzo questi scrittori riescono a completare il lavoro. [...] Per scrivere un romanzo io mi devo costringere fisicamente a farlo e impiegare un sacco di tempo e di fatica. [...] In altre parole, la si può vedere così: la vita è sostanzialmente ingiusta. Ma anche in una situazione di ingiustizia, credo sia possibile trovare una sorta di giustizia. Ovviamente questo prende tempo e fatica. E forse può sembrare che non ne valga la pena. Sta a ognuno decidere se lo sia o no.

[Il pezzo è uscito anche su Hounlibrointesta. La traduzione approssimativa è mia - a disposizione avevo solo il testo in inglese, sorry. Quanto alla foto, be', esemplifica il mio rapporto difficile con lo sport.]

Davide Musso

 

 

[Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

 

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