nero su bianco, le interviste come una volta
L'arte del Piano B
"Dobbiamo trascinare l'arte bugiarda nella realtà per inventarci un altro mondo, perché questo qui comincia a fare spavento". Filippo Nicosia intervista Gianfranco Franchi.

Il nuovo libro di Gianfranco Franchi è una parodia, serissima, dei manuali self-help sulla ricerca della felicità, ma non solo. L'arte del piano B (Piano B Edizioni) procede per frammenti, con pause, e interludi in cui si affaccia la prosa o la piece teatrale, tutto a ricomporre, senza presunzione di verità una visione del mondo e del ruolo dell'individuo nella società. Ne viene fuori un libro atipico, scritto con precisione in una lingua italiana lucente. Un libro strategico, come recita il sottotitolo, com'è anche il nostro momento del nostro paese.

Prima domanda a bruciapelo: Dopo Noè, e più di Monti, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è, secondo te, l'uomo del Piano B?

Napolitano è una figura decisamente complessa, e ha una storia politica molto stratificata e non sempre lineare. Mi piacerebbe se, tra una decina d'anni, fosse raccontato da una bella biografia, niente affatto romanzata. Servirà un biografo dal respiro simile a quello di Giordano Bruno Guerri, perché leggere Napolitano può essere piuttosto faticoso, e molto complicato. È stato un uomo politico controverso: penso alla sua posizione sui fatti del 1956, penso alla sua giovinezza universitaria, penso alla questione craxiana, penso alla questione gelliana, penso a questi anni difficili e bui. In questo momento politico, tutti riconosciamo a Napolitano qualcosa di basilare: stile, eleganza, intelligenza, fermezza. Ma non credo di sbagliare se dico che nel corso di questi anni blu che abbiamo vissuto, in tanti ci siamo aspettati dal Presidente qualcosa che non è mai successo, di fronte a certo degrado e certa corruzione. E adesso eccoci qua, autunno 2011, leggermente deforzistizzati. Ma non domandavamo mari-o-monti. Mi sembra che questa, montiana, sia una soluzione molto opaca.

Il piano B ha a che fare con un radicale cambiamento, pensi che ci sia un eccesso di staticità in questo paese? Se sì, a cosa è dovuta?

Io credo che il nostro paese non sia affatto indipendente, e ho la sensazione che la nostra classe politica abbia margini di autonomia decisionale e operativa estremamente relativi. Non mi piace per niente che a sessantasei anni di distanza dalla fine della guerra, e a cinquantasette dalla (sbagliata) fine della questione di Trieste, il nostro territorio sia ancora puntinato di basi militari straniere, regione per regione. Non mi piace molto che a sessantasei anni dalla fine della guerra l'Italia sia considerata un grande mercato per l'industria editoriale, cinematografica, discografica americana e inglese, di serie a, b, c, d. Non mi piace molto che la lingua dei nostri commerci sia diventata l'inglese. Non mi piace per niente la sensazione di vivere in un paese vassallo. Mi umilia, mi frustra, mi ferisce. La stasi, per me, deriva dall'impossibilità di poter pianificare una politica indipendente e autonoma. Nazionalista e internazionalista al contempo. Chiaramente europeista. Io sogno di vivere in un paese libero: in prima battuta, dai soldati e dalle basi straniere, e dai condizionamenti della nazione egemone. Guarda che non è un desiderio da poco.

Se c'è una cosa che mi ha colpito è quando dici che bisogna smettere di piangere e di protestare, è troppo tardi per tutte e due, allora cosa può e deve fare un giovane precario, un operaio in cassa integrazione, una giovane mamma senza sussidio?

Sto cercando una soluzione anch'io, Filippo. Ho delle sensazioni, ho delle intuizioni. Le sintetizzo. La prima cosa è tornare alla terra, e tornare a potersi garantire autonomia dal punto di vista dei fabbisogni essenziali: acqua, e cibo, e riscaldamento. La seconda cosa è tornare alla socialità, e tornare a credere nella vita delle piccole comunità: nei nostri bellissimi borghi medievali, nei nostri stupendi paesini diroccati. La solidarietà che si conosce in una cittadina o in un paese è una forma di civiltà superiore a quella della metropoli. La terza cosa è dimenticare di essere stati allevati e addestrati per la repubblica democratica: non esiste più, quel paese, e non esiste più, quel tessuto sociale. La quarta cosa è tornare a usare le mani: per l'artigianato, soprattutto. La quinta è tornare a stare con la schiena dritta: camminare di più, abbandonare la scrivania. La sesta, infine, è salvare i libri con cui siamo cresciuti. Quelli di carta. La settima è non servirsi di ideologie di uno, due o tre secoli fa per leggere la società odierna. È naturalmente e logicamente sbagliato. Quel mondo è finito. Siamo negli anni Dieci del duemila. Mondo nuovo. Idee nuove.

Mi sono molto divertito a legger il libro. Mi dici quanto conta la felicità per un uomo del Piano B?

La felicità è un sogno bellissimo. Pretende umiltà, intelligenza e sensibilità. E lucidità. E memoria. 

Veniamo alla struttura. Il tuo libro ha il pregio, ma non sei nuovo a creature ibride, di non essere un saggio, una raccolta di racconti, o un manuale. Come lo definisci?

Io dico che L'arte del Piano B è un antisaggio. Strutturalmente è una goliardata, è la satira della saggistica mainstream, self-help e via dicendo. Tecnicamente è sporcato da diversi inserti narrativi, perché mi andava l'idea di ricordare che l'intervallo è un esercizio e un'opportunità fondamentale, e questo vale per un sacco di cose. E niente, è un libro che viene da tanti anni di pensieri e di considerazioni...

Accostando Monteverde di qualche anno fa e L'arte del piano b si rimane stupiti. So che non mi dirai cos'è successo, e qual è il Piano B, però ti chiedo: quanto è importante l'esperienza personale nella tua scrittura?

Ti rispondo. Sono formato da tutto quel che ho vissuto. Da tutte le persone con cui ho parlato. Da tutto quel che ho letto. Da quello che ho amato, da quello che ho sopportato, da quello che ho rifiutato. Sono la borghesia che sta decadendo e si sta trasformando in qualcosa di nuovo. Che altro... per me, personalmente, questi ultimi tre anni sono stati di un'intensità allucinante, nel bene e nel male. Infine è nato questo libro qua. Altro verrà, ma non a livello di scrittura.

D'altra parte scrivi: "Senza fantasia non c'è nemmeno possibilità di dare vita a una vera simulazione di realtà". Questo è un tema che ti è caro, e che innerva la tua produzione in prosa e in poesia, ma per vivere d'arte bisogna dare credito alla menzogna che la costituisce, oppure portare la menzognera arte nella vita, nella realtà?

Per vivere d'arte, in questo momento, in questo paese, bisogna diventare macchine da produzione seriale - a meno di incredibili e singolari exploit. E io non sono adatto all'industria del libro, e all'industria culturale. E allora dico che dobbiamo trascinare l'arte bugiarda nella realtà, per plasmarla come argilla, per inventarci un altro mondo, perché questo qui comincia a fare spavento. È di plastica, è freddo, è artificiale, è falso, è opportunista, è cattivo. È forzista.

C'è una figura che mi ha molto interessato. Mi dici chi è e cos'è un disfattista?

Il disfattista è quel tuo conoscente che ti guarda con sospetto dalla prima volta che vi hanno presentati. È quello che non t'ha mai messo a fuoco, e ha sempre qualcosa da ridire o da obiettare su quel che fai. È mezzo geloso mezzo invidioso, diffama e spettegola, e tendenzialmente critica a priori tutto quel che fai, o intendi fare, o dici, o stai per dire. È nato per disfare il tuo lavoro. Stucca. Ma è un buon esercizio, ascoltarlo, leggerlo, osservarlo: tollerarlo, meditarlo, calibrarlo e infine rovesciarlo.

Ultima domanda. È un dubbio che non mi lascia da quando ho letto il libro. C'è mai stato un piano A?

Sì. Ma credo che nel mio caso sia finito nel 1980, quando avevo due anni.

 

Intervista di Filippo Nicosia

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Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), letterato romano di sangue giuliano, austriaco e istriano, ha pubblicato in narrativa Monteverde (Castelvecchi, 2009), Disorder e Pagano (Il Foglio Letterario, 2006, 2007); in saggistica, Radiohead. A Kid (Arcana, 2009) e L'arte del Piano B (Piano B, 2011); in poesia, L'inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). Anima il popolare portale di comunicazione letteraria e dello spettacolo Lankelot dal 2003. Nella vita di tutti i giorni è un consulente editoriale, uno scout e un critico letterario. Per ora.

 

[Articolo pubblicato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

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