nero su bianco, le interviste come una volta
Non saremo confusi per sempre
"Si narra il dolore illudendosi di poterne distillare il potere catartico". Intervista a Marco Mancassola.

I tuoi ultimi racconti (Non saremo confusi per sempre, Einaudi) sono legati da un filo rosso abbastanza evidente: partono tutti da fatti reali, da fatti dolorosi - dall'episodio di Alfredino Rampi agli ultimi giorni di Eluana Englaro - ai quali poi a un certo punto imprimi una sterzata fantastica, o per i quali suggerisci possibili finali alternativi - quasi volessi offrire un sollievo alla sofferenza, o suggerire che una speranza c'è sempre. Come sono nate queste storie, da quale esigenza?

Dopo La vita erotica dei Superuomini cercavo un ritorno ad atmosfere italiane. Non è facile fissare lo sguardo sull'Italia: cambia forma da ogni angolazione, come una grande scultura astratta. Mi sono concentrato sull'idea della nostra memoria condivisa, collettiva, e ho pensato che quella memoria era costituita dai fatti di cronaca. Ma da narratore non potevo accontentarmi di rievocare quei fatti... Avevo bisogno, come dici tu, della sferzata immaginaria, alternativa, visionaria.

Anche nel libro precedente la situazione era, in qualche modo, "ai limiti", con tutti questi ex-supereroi affaccendati a sopravvivere. Qual è il tuo rapporto con la realtà, e come la utilizzi per la tua scrittura, per le tue storie?

C'è la realtà e per realtà intendo tutto ciò che esiste, cronaca, fatti personali, spettacolo, persone incontrate e/o esistite, la Storia e le storie già raccontate dagli altri narratori, tutto ciò che è condiviso, fattuale o immaginario. La realtà è ciò che è già condiviso; la letteratura è ciò che lo scrittore vorrebbe far diventare condiviso. Ma quando la realtà diventa qualcosa di troppo ambiguo e dissonante, anche la letteratura soffre. Lo scrittore è il verme nella compostiera della realtà, deve digerire e scomporre una quantità di realtà sempre più varia, sempre più indigeribile.

E qual è, invece, il tuo rapporto con il dolore? È un tema di cui la letteratura è piena, e proprio di recente una domanda che mi ossessiona è: perché narrare il dolore? Per farsene una ragione?

Si narra il dolore proprio perché il dolore è reale, una storia antica eppure sempre nuova. Lo si narra illudendosi di poterne distillare il potere catartico, la pietas e la commozione più puri. Ricorro a un'altra immagine di filtraggio, diciamo così: penso allo sciamano che mangia il fungo e ne assorbe il veleno, poi fa bere agli altri la propria urina, dove invece si è concentrato il potere medicinale del fungo. Lo scrittore vero quando si confronta con il dolore cerca di fare questo. Lo scrittore mediocre invece si limita a buttare addosso al lettore il proprio male e il male del mondo, senza filtro, senza prendersi responsabilità.

Come hai iniziato a scrivere e perché?

Avevo sette anni quando provai a scrivere il primo romanzo, una storia su un triangolo amoroso tra un principe, una sirena e una ragazza. La sirena moriva, il principe si metteva con la ragazza anche senza amarla. Come, perché? Non ne ho idea.

Che tipo di scrittore sei (quanto a metodo e abitudini) e come ti vedi tra qualche anno? In una recente intervista televisiva hai detto che speri di smettere di scrivere e di andare a vivere in una casa sperduta in montagna con tanti cani, o qualcosa del genere...

Metodo e abitudini si impongono quando un libro sta trovando la sua strada, deve essere finito e la deadline incombe. Allora divento un monaco: sveglia all'alba, corsa al parco, colazione, e al lavoro per dieci ore di fila. Ma è una vita che impone solitudine e non dura sempre. Il resto del tempo non ho metodo. Vivere in città offre un buon sostegno a uno scrittore spiantato: i negozi aperti a qualunque ora, la possibilità di uscire e incontrare gente e al tempo stesso di sparire e starsene per conto proprio, senza che troppa gente ti venga a scocciare. Ma non voglio vivere in città per sempre. Le città occidentali sono un concentrato del dolore umano. Ci è passata così tanta sofferenza, la senti nell'aria, ti deprime il respiro.

Regalaci tre "regole" per chi voglia scrivere con profitto e tre cose che un autore (o un aspirante tale) dovrebbe assolutamente evitare.

Pensare in grande, avere riferimenti ampi e, perché no, antichi. Resto perplesso dall'incontrare scrittori che sanno tutto dell'ultima uscita del più modesto dei colleghi e non hanno mai sfogliato un libro della Bibbia. E non parlo di questioni religiose, parlo proprio di questioni narrative. Quanto alle cose da evitare, scrivere con un computer connesso in rete. Se non sei concentrato tu mentre scrivi una storia, perché dovrebbe esserlo il lettore quando la leggerà?

Un libro, un disco e un film (o una serie televisiva, genere che sta conoscendo una certa fortuna) che hai amato molto negli ultimi tempi.

Six Feet Under e I Soprano sono stati vertici narrativi seminali. Ma è già passato qualche anno dalla conclusione di entrambi. Tra le letture, i libri che mi colpiscono di più negli ultimi anni sono saggi, ad esempio Il mondo senza di noi di Alan Weisman, Se niente importa di Jonathan Safran Foer o 2050 di Laurence C. Smith, appena uscito da Einaudi. Quanto alla musica, tra i tanti ascolti - elettronici, rock, ambient, classici - a distanza di mesi sono ancora impressionato da Cattive Abitudini dei Massimo Volume.

So che stai lavorando a un nuovo romanzo: di che si tratta?

Una grande storia familiare. Questa volta recuperando il respiro romanzesco e l'ampiezza di toni dei Superuomini: iperrealismo, commedia dissacrante, dramma intimo. Non so se ci saranno scene forti come il fist fucking a Batman ma mi piace, una volta in mano la tavolozza dei colori, spingere al massimo ogni tinta. Sarà ambientato in Italia.


Intervista di Davide Musso

 

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