nero su bianco, le interviste come una volta
Uno sguardo nel buio
Parla Paolo Sortino, al suo esordio con il romanzo "Elisabeth": "La letteratura è osservare le cose per intercessione di qualcosa o qualcuno che non conosciamo".

Ha scritto un romanzo solo con luce artificiale, senza orologi e specchi, senza denaro, creando un piccolo mostruoso microcosmo di cemento. Un nuovo mondo in cui l'incesto è la legge di procreazione, la perfezione, l'idea lucida di un uomo, Josef Fritzl, che ha rinchiuso sua figlia Elisabeth per 28 anni in un bunker antiatomico sotto casa, violentandola e ingravidandola per sette volte, ricreando una famiglia sotterranea. È una storia vera, un incubo collettivo, o il sogno di Joseph Fritzl? Di certo adesso questa storia è Elisabeth (Einaudi), il romanzo d'esordio di Paolo Sortino, che abbiamo incontrato.

Paolo, la storia di Elisabeth e Joseph Fritzl quando hai sentito che era diventata la tua storia?

Come molte persone occidentali, anche a me capita di provare qualità diverse di dolore alle cui esperienze scatenanti faccio fatica a risalire. Ho capito che avrei scritto di Elisabeth e Josef quando mi sono reso conto che raccontando la loro esperienza avrebbero trovato espressione anche quelle forme taciute di dolore. In oltre, più che far passare uno o più concetti o idee, ho creduto di poter esprimere sistemi di ragionamento.

Quanto lavoro di documentazione c'è dietro il romanzo, quanto è durato, e quanta fatica hai fatto per distanziarti dai fatti?

Il lavoro di documentazione c'è stato, ma non so dire quanto sia durato poiché il più dei materiali, notizie e commenti sulla vicenda originaria erano secretati, così come gli atti del processo a Josef Fritzl. Quasi fin da subito si è instaurata in me la volontà di farne un'opera letteraria a tutti gli effetti, di staccarmi quindi dal caso di cronaca pur facendone dall'inizio alla fine una sorta di calco, o di negativo fotografico, se si vuole.

Se c'è qual è il rapporto possibile fra la cronaca e letteratura?

Il rapporto tra letteratura e cronaca è lo stesso che intercorre tra letteratura e tutto ciò che esiste. Personalmente ritengo che un autore non necessiti di comprendere a ogni costo il tempo in cui vive. E nemmeno sia necessario avere delle idee. Semplicemente usufruirà di qualsiasi cosa gli viene a tiro per arrivare a dire quelle due o tre cose che gli somigliano. Se poi il pretesto per esprimerle viene da uno o più articoli di giornale, dalla Tv, se le abbia inventate piuttosto che le abbia ascoltate in strada, o le abbia sognate o create dal nulla, non fa alcuna differenza. Quella di esprimersi è sostanzialmente un'abitudine.

Il tuo romanzo ha la capacità di superare ogni dualismo, bene/male, dolore/gioia, amore/odio, lo fa percorrendo livelli crescenti di intensità, mi sbaglio?

Credo che il bene e il male costituiscano una dicotomia. Io ho voluto superare i dualismi, è vero, tipo sopra/sotto, destra/sinistra, dentro/fuori. Il bene e il male sono fondamentali. Nessuna opera di letteratura o di pensiero può sussistere fuori del bene e del male. Così come la coscienza. Fuori sussiste solo la poesia. Ragione per cui - ammesso che io sia riuscito ad annullarli - avrei di conseguenza annullato la coscienza. Non credo di essere arrivato a tanto. Parlando del bene e del male, andrebbe già molto bene se si arrivasse a comprendere che molti termini normalmente utilizzati per l'uno sono più adatti a descrivere l'altro.

Per sapere cosa è successo il lettore deve entrare nel bunker e venire a contatto con l'orrore, solo dopo questa esperienza riesce a vedere. Questa può essere una metafora della letteratura come qualcosa che è al di là, che sposta l'asticella della comprensione più in alto?

Vedere è un'azione senza movimento. Possiede già qualcosa che ha a che fare con l'eternità. In letteratura si vede tutto, ma perché tutto possa essere detto occorre cercare le parole giuste, anche a costo di crearle, e allora ti accorgi che vedere è strettamente connesso all'ascolto. Ci sono stati Santi che hanno visto l'umanità (o credono di averla vista, il che è la stessa cosa) attraverso l'ascolto delle voci degli angeli. La letteratura è osservare le cose per intercessione di qualcosa o qualcuno che non conosciamo. Così ogni racconto è nominare per cosa interposta. Quel "come se" che ritroviamo soprattutto nelle prime opere degli autori di letteratura, e di cui Giacomo Debenedetti lamentava l'abuso, è in verità l'espressione letteraria per eccellenza. Credo che lo scrittore, a differenza del filosofo, non vada al "nocciolo della questione", ma anzi faccia il giro più lungo possibile, circoscrivendo in anelli concentrici. Ecco: lo scrittore è un verme, dopotutto cieco, che più che vedere, tenta di sviluppare un fiuto intelligente, istintivo quanto più connaturato alla sua evoluzione, per cui - una volta entrato nella mela che ha scelto - si nutre della polpa intorno. Se avesse veramente modo di arrivare al nocciolo, per lui sarebbe la fine. Fortunatamente c'è sempre una mano superiore che coglie la mela con lui dentro. Insomma "vedere" è ascoltare se stessi.

Elisabeth viene reclusa, violentata, privata del principio fondamentale delle società occidentali: la libertà. Eppure si avverte leggendo che qualcosa le rimane, cos'è?

A Elisabeth sono state tolte tutte le libertà che conosciamo in Occidente, eccetto la sola che meriti questo appellativo, e che risiede sul fondo della nostra esistenza: appunto come scrivo nel libro, si tratta della libertà di essere nati. O per meglio dire: essere nati è la vera libertà. Bacio la terra sulla quale cammino per tutta la gioia e tutto il dolore che provo. Essere nato mi permette di sentirli entrambi, e come scriveva Camillo Sbarbaro a questo proposito "... per tutto questo amaro t'amo, vita".

Fuori dalle mode letterarie, nuova, personale: una scrittura così consapevole ha dietro, necessariamente, molte letture, quali sono gli scrittori che ti hanno dato di più?

Farne un elenco prenderebbe troppo tempo. Posso dire, però, che nella mia piccola biblioteca la poesia vince la prosa quattro a uno.

Esordisci con un romanzo a 29 anni nei Supercoralli di Einaudi, verrebbe da chiederti come si fa, e invece ti chiedo che cosa uno scrittore che vuole esordire, oggi in Italia, non deve fare?

Supercoralli o meno, per me ha sempre senso dire che bisogna vivere come lo scrittore che si vuole diventare. Bisogna sognare la vita che si vive, quindi crearsi un'immensa solitudine; in essa risiede la nostra eccellenza, e lì le parole e i pensieri sono veloci.

 

Intervista di Filippo Nicosia

 

[Articolo rilasciato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

 

Eventi
Rubriche