nero su bianco, le interviste come una volta
Settanta acrilico trenta lana
Nell'esordio di Viola Di Grado (selezione Premio Strega 2011) le cose sono molto più complesse di quanto non sembri. L'intervista di Alessandro Bandiera.

Una storia d'amore e una storia familiare. La perdita delle parole e la loro incredibile riscoperta. Un inverno infinito in una Leeds sospesa e senza tempo, e atmosfere cupe e dark che hanno il sapore di una musica lenta e avvolgente. Per il suo romanzo d'esordio, Settanta acrilico trenta lana (edizioni e/o), Viola Di Grado, ventitreenne catanese, ci conduce dentro una storia costruita su una lingua calda, vischiosa; una lingua che racconta i corpi e che vive di una sua stupefacente corporalità.

Camelia e la madre vivono sole da quando il padre di Camelia è scomparso in un incidente d'auto morendo fra le braccia della sua amante. Le due donne si chiudono in un silenzio ostinato, in un vuoto in cui la comunicazione passa per i gesti e gli sguardi muti che si scambiano. Il vuoto di Camelia sarà riempito dall'arrivo di un giovane cinese di nome Wen e dallo studio degli ideogrammi che lentamente la riavvicinano alla musica delle parole. Ma tutto è decisamente più complesso di quanto non sembri.

Spesso le opere prime sono contraddistinte da un'urgenza espressiva che tende a prendere forma in un eccesso di cuore. Nel tuo romanzo invece sembra esserci un sapiente bilanciamento tra cuore e ragione, sia nella costruzione dei personaggi sia nella trama. Come nasce l'idea di questo romanzo e quanto tempo è maturata questa storia dentro di te prima di trovare forma nelle pagine?

Nasce dai caratteri cinesi, volevo che salvassero la vita a qualcuno e allora li ho messi dentro un buco: un buco dove sono cadute le parole, nulla ha più significato. Soltanto gli ideogrammi, tirando fuori Camelia dal suo buco, potevano restituire senso alle cose. E allora mi sono messa anch'io a usare le parole come se fossero prima materia inutile e poi debordanti di senso.

La storia d'amore che si racconta nel romanzo, tra la protagonista Camelia e Wen, sembra nascondere la vera storia d'amore fra Camelia e sua madre. Quanto è stato complesso, se lo è stato, dare vita ad un rapporto così tormentato tra i due personaggi?

A poco a poco mi è venuta incontro la loro storia, raccontarla è stata una specie di strana lotta, perché mi sono azzerata dentro Camelia e dentro il suo amore disperato per la madre. E' stato un annullamento graduale, mi sono calata dentro il loro buco come se stessi scendendo dentro un pozzo, costringendomi a respirare un'umidità diversa, per mesi, e a riemergere nella lingua cinese quando Camelia incontra il suo insegnante. Ma mi sono divertita da pazzi, perchè procedevo per deformazioni, "simbolizzazioni", per alternanze di buchi e ideografia, era una sfida emozionante.

Nel romanzo ci sono dei personaggi apparentemente secondari, ma che in realtà sono parte predominante di tutta la narrazione. Uno di questi è la città di Leeds, teatro di tutta la storia, e luogo incredibile, quasi sospeso in un tempo d'inverno infinito che non lascia scampo alla vita. L'altro è la lingua, intesa come privazione delle parole, quella che vivono inizialmente Camelia e sua madre, e quella recuperata poi da Camelia attraverso lo studio del cinese. Dove risiedono le ragioni di queste scelte?

Mi piace che nelle mie storie tutto sia personaggio: i luoghi, e infatti parlo di "inverni egocentrici" che vogliono essere sempre l'ultimo inverno, e del sole che esce dalle nuvole per provocazione, e così via. E anche le parole sono personaggi: quelle vuote di senso di Camelia, che sono vomito e suoni ottusi, e quelle piene di significato della lingua cinese, gli ideogrammi. Loro in particolare volevo che fossero personaggi quanto le persone: "eravamo noi i morti e loro i vivi", dice Camelia nel romanzo. 

Che tipo di lettrice sei? Quali sono i libri e gli autori che ami?

Sono una lettrice estremamente intollerante. Boccio molto spesso. Mi piace la letteratura giapponese, soprattutto antica.

A leggere il tuo romanzo sembra che tu viva un rapporto molto profondo e quasi fisico con le parole. Quando, come e dove scrivi?

Non ho orari precisi. Scrivo ovunque, più spesso in posti pieni di gente dove dovrei fare altro, come a una festa o in viaggio. Sì ho un rapporto molto profondo con la scrittura, quando la evito perdo temporaneamente la ragione.

Dopo il successo unanime di pubblico e critica per questo tuo romanzo d'esordio, cosa bolle in pentola? Hai già qualche nuovo progetto?

Sì, è in pentola ma non bolle ancora, devo lavorarci.

 

Intervista di Alessandro Bandiera

 

[Articolo rilasciato con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia]

 

Eventi
Rubriche