È sempre difficile dire quando nascano i libri. Le idee sono cose sfuggenti, e ancora prima della parola scritta c'è l'idea - che può morire, certo, ma anche incarnarsi. Se non ricordo male, la prima volta che pensai a un saggio sull'Italia dell'ultimo ventennio fu nell'estate del 2009.
Da un po' di tempo mi stavo dedicando all'analisi dell'attualità con alcuni articoli e post, da un punto di vista un po' diverso dal classico commento giornalistico. Cercavo di trovare un punto d'arrivo fra la mia formazione filosofica, la ricerca di dati e un minimo di verve narrativa. Così cominciai a leggere tutti i libri che mi capitavano fra le mani su temi come l'italianità, la storia del berlusconismo, il carattere italiano, la presunta mutazione antropologica di questi anni - ma anche sulla storia sociale d'Italia tout court. Prendevo vagonate di appunti. In un certo senso era come tornare all'università, con la differenza che non avevo un esame finale e che di giorno lavoravo.
Poi cominciai a scrivere. Il primo progetto in realtà era molto più vasto, e temo troppo ambizioso: molti dei temi che nel libro finito sono toccati solo di sfuggita dovevano trovare una cassa di risonanza assai maggiore.
Con il tempo e con qualche saggio consiglio mi resi conto che un lavoro del genere avrebbe ricorso troppo tempo e troppe risorse: inoltre, non era nemmeno esattamente ciò che desideravo. Perché ciò che desideravo era innanzitutto un libro permeato d'urgenza.
Ero stanco sia della saggistica bacchettona sia del commentino moralista e superficiale scritto con la mano sinistra. Soprattutto, ero stanco della retorica: di presunte analisi sulle storture antropologiche dell'Italia che non avevano un minimo di coscienza storica o di prospettiva fattuale. Il Paese mi appariva, e mi appare, malato innanzitutto di disamore per la verità e la comprensione, per la razionalità e la sua forma minimale d'etica: non è nemmeno un discorso di destra o sinistra: è un germe al quale siamo esposti tutti, chi più chi meno.
Mi domandavo, allora: nell'affrontare questo nodo, non si può trovare una via di mezzo tra fruibilità e rigore? Non si può partire dall'umiltà verso i fatti e le fonti e i dati per poi risalire, come su una scala a chiocciola, verso delle ipotesi di lavoro sociologiche? Non si può cercare di affrontare il berlusconismo in maniera critica, senza retorica, senza nemmeno satira, e senza mandare tutto in vacca?
Secondo me sì, si poteva, ed è quello che ho cercato di fare. Non so se ci sono riuscito, ma ce l'ho messa tutta.
La velocità del buio
176 pagine, 16,00 euro
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