nero su bianco, le interviste come una volta
Uno scrittore più leggero dell'aria
Fabio Guarnaccia e il suo romanzo, ovvero: dirigibili, avventure tra i ghiacci polari, conflitti tra padri e figli. Ma anche la vertigine della scrittura.

Una calda estate milanese e i ghiacci del Polo. Un antropologo e il suo discepolo. Una ragazza da conquistare. Un dirigibile. La ricerca delle proprie radici e un conflitto generazionale. Più leggero dell'aria, primo romanzo di Fabio Guarnaccia, ti lascia piacevolmente spiazzato: per l'originalità dell'intreccio e per la bravura dell'autore nel manovrare la giostra.

Elio Usuelli, antropologo milanese di fama ma ormai al capolinea della carriera, vive nell'ossessione di rimettersi sulle tracce di Celestino, il padre morto da poco che nel 1928 aveva fatto parte della spedizione di Umberto Nobile per la conquista dei ghiacci polari. Alle sue calcagna il fedele assistente Fausto Meani, voce narrante del romanzo, che nonostante l'innata paura di volare lo seguirà in un avventuroso viaggio verso nord, spinto anche dall'infatuazione per una laureanda di Usuelli, la bella e algida Svava, norvegese, che porterà in qualche modo i due a uno scontro frontale.

Quando è nata la tua passione per i dirigibili e perché sono finiti nel romanzo?

Allora, io soffro di vertigini. Ma nel tempo ho sviluppato una passione per la vertigine che dà la malinconia del passato non vissuto. Il periodo che più di ogni altro mi eccita sono i primi del Novecento. L'autore che più di altri mi ha fatto invece capire quanto contemporaneo possa essere quel periodo è Chris Ware. I dirigibili sono un simbolo di quell'epoca. E anche bello grosso. Sono bestie che si sono estinte, un reperto fossile da interrogare. Il disastro dell'Hinderburg e l'"ascesa" dell'aeroplano, più sicuro e veloce, ne hanno decretato la fine. Una fine tragica ed eccitante. Ecco, il dirigibile, in quanto essere volante estinto, mi regala vertigini sopportabili.

Qual è lo spunto che ha dato origine a Più leggero dell'aria e che lavoro ha comportato la stesura del libro? So che ha richiesto una certa dose di documentazione.

Lo spunto è stata una visita al museo della Fram, a Oslo. Una cosa molto salingeriana, a mio modo di vedere. La Fram era una follia: nave interamente in legno costruita da Nansen per raggiungere il Polo in modo inusuale. Anzi, proprio da stupidi, a vederla da fuori. L'idea era quella di rimanere incastrati nel ghiaccio e di sfruttare il suo movimento per spingersi a nord. Ma la figura di Nansen vale bene una digressione: fin da ragazzino coltiva la passione per l'esplorazione e senza dire niente alla mamma attraversa la Groenlandia con gli sci da fondo. Poi, per farla contenta (la mamma) diventa medico e con i suoi studi mette a punto la moderna concezione del sistema nervoso centrale. A quel punto i conti con la mamma erano chiusi. Restavano quelli aperti con il mistero. E così parte con la Fram. Dopo essersi spinto fino al punto più vicino al Polo conosciuto all'epoca, diventa emissario di pace e lavora soprattutto a favore del popolo Armeno. Se non ricordo male questa cosa gli vale la prima edizione del premio Nobel per la Pace. Ecco, a me Nansen mi aveva stregato ma allo stesso tempo lo trovavo bizzarro, un personaggio al limite dell'invenzione narrativa. Per un po' ho coltivato l'idea di scrivere un romanzo comico sulla sua figura. Poi facendo ricerche sulle spedizioni artiche ho incontrato Nobile e il Dirigibile Italia. E poi Elio e Fausto, che sono i protagonisti del mio libro. Comunque sì, mi sono documentato. È impressionante e quasi deprimente vedere quanto poco di quello che ho studiato e visto e immaginato abbia trovato posto nel romanzo. Me ne sono fatto una ragione.

Un tema forte nel libro è quello delle proprie radici, e in particolare del rapporto padre/figlio, spesso conflittuale: l'io narrante ha qualche "problema" sia con il padre "adottivo" (il professor Usuelli) sia con il padre naturale...

Una delle idee di partenza del romanzo è stato proprio il rapporto maestro/allievo. Era un tema che mi stava particolarmente a cuore avendo io sempre subito il fascino di persone fuori dal comune con le quali mi è capitato di avere a che fare per lavoro o nella vita privata. Un rapporto assai complesso e ambiguo, per certi versi fratelli maggiori e per altri padri ma in fondo né gli uni né gli altri. Un tipo di amicizia virile che volevo esplorare, fatto di compiacenze e dure contrapposizioni, di abnegazione e scontro, intenso e comico. Da lì al rapporto padre/figlio il passo è breve. Poi l'intero romanzo è sulle memorie famigliari, sui miti privati e sui legami leggeri e inafferrabili che intratteniamo con chi ha il nostro stesso sangue ed è diverso da tutti gli altri, anche da quelli che amiamo di più.

In esergo al libro citi Le botteghe color cannella di Schulz, perché?

Perché è un libro dove la figura del padre viene trasfigurata fino a farne leggenda. Il narratore ne costruisce una mitologia e afferma una cosa che è al centro del romanzo che ho scritto: non si può cogliere la verità di un uomo usando la biografia, fermandosi ai suoi atti, leggendolo con gli strumenti offerti dal pensiero razionale. Cosa sognava, cosa immaginava? E poi perché è un libro d'una bellezza miracolosa.

Quando hai iniziato a scrivere, e da che esigenza nasce la tua scrittura?

Ho iniziato da ragazzino e non so bene perché. Ho scoperto che la scrittura mi portava in un posto dove mi sentivo bene. Per quanto riguarda l'esigenza dello scrivere, credo che qualsiasi risposta suoni artefatta e retorica. Correrò il rischio: scrivo per il puro piacere di farlo. E perché mi aiuta a fermare le cose che vedo solo con la coda dell'occhio, e solo per brevi istanti.

Quando, dove, come scrivi e che tipo di scrittore sei? Intendo: butti giù la prima stesura di getto e poi rileggi tutto o lavori per gradi, riscrivendo man mano?

Comincio a scrivere avendo un'idea della storia nei suoi punti di snodo e sulla sua conclusione, un'idea dei personaggi e dei temi che mi ossessionano in quel momento. Quando mi sento pronto inizio, sono lento, scrivo un capitolo e poi lo rileggo e nel frattempo prendo appunti sul prosieguo della storia. Prendo molti appunti. Alla fine li perdo perché sono troppi. Non so come recuperarli. Quando un nuovo "pezzo" della storia si affaccia alla mente lo butto giù e ricomincio tutto da capo. Poi alla fine riscrivo tutto. Taglio molto. A volte quando elimino pagine intere o un capitolo mi sento meglio. Più leggero. Vedo la storia o un personaggio emergere più chiaramente. Scrivo quando le cose mi sembrano ok, a quel punto potrei scrivere ovunque. Di solito comunque scrivo a casa. E rileggo in giro.

Qual è l'ostacolo più grande nella stesura di un libro?

Iniziare. E tenere a bada l'ansia del fallimento.

Ecco una cosa che mi tormenta: perché scrivere libri se, viste le condizioni in cui versa il mercato italiano, è probabile che poi li leggeranno in pochi?

Vedi la risposta sull'esigenza della scrittura. Poi, come tutti, vorrei che le mie cose venissero lette da quante più persone possibile.

A cosa stai lavorando attualmente?

A un nuovo romanzo che mi ronza da più di un anno. Ma è ancora tutto poco chiaro. È inspiegabile perché ti affezioni a una storia al punto da dedicarle tutte le tue attenzioni. È lì e ci devi fare i conti. Sarà su una famiglia sempre sul punto di andare a pezzi senza mai finirci per davvero. Una metafora dell'Italia (ma è solo una battuta).

Consigliaci un libro da leggere assolutamente e uno da dimenticare.

Sicuramente Casa d'altri di Silvio D'Arzo. Come molti della mia generazione ho prestato troppa attenzione alla narrativa americana, aver scoperto D'Arzo solo poco tempo fa mi provoca insieme vergogna ed entusiasmo: è uno scrittore straordinario: come ho fatto fino a ora? Da dimenticare... Conoscerete la nostra velocità, amo Eggers e questo libro mi deluse moltissimo.

 

Intervista a cura di Davide Musso

 

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